Il caos, la bomba, il caos

Il caos, la bomba, il caos

Nel pieno degli anni Settanta due brigatisti ‒ una carismatica esperta ragazza (il capo) e un ragazzo all’esordio ‒ tengono sequestrato il figlio di un imprenditore in una cascina sulle colline del Monferrato, in Piemonte. Commettono vari errori e imprudenze, insieme ai loro complici. Arrivano i carabinieri, c’è uno scontro a fuoco, lui lancia tre bombe e colpisce più d’uno, chi si trova di fronte. Mentre Margherita viene uccisa, lui in qualche modo riesce a fuggire nel bosco e poi a far perdere ogni traccia. Si eclissa. Per decenni riga dritto, in solitudine (soprattutto interiore). Non cambia idee, ma il vigore di un uomo che ha colpito è riuscito ormai a spegnere ogni idea di proseguire l’azione politica come fino a quel momento era stata concepita e condotta, da terrorista. Non più reati, non più reti di contatto, non più lotta. Termina gli esami universitari, avvia un bel dottorato di ricerca e poi un’agiata provinciale carriera accademica da medievista minore, limitandosi a studi filologie scritture traduzioni, una vita irreprensibile, professionalmente e socialmente realizzato. Si sposa con una donna bella intelligente spiritosa; hanno un erede taciturno, Andrea; mantiene tranquille vaghe amicizie; segue con curiosità e amore le frequentazioni anarchiche del figlio e il suo fidanzamento con Sofia; finché non arriva a sconvolgerlo in via definitiva una lettera-manifesto di cui condivide praticamente tutto, composta in un linguaggio tanto simile al suo di un tempo, confinandolo ben presto nell’oscurità, lasciandolo senza niente dentro e costringendolo infine a confessarsi con sé stesso. Ci ripensa ora che sono trascorsi almeno quarant’anni dal rapimento e dal conflitto, vive solo nella periferia sud di Milano in una monofamiliare a due piani con fotovoltaico sul tetto, pratica ecologia casalinga, consuma a chilometro zero, ascolta Mahler tormentato da dolori e ricordi, scrive disperato su un bel portatile nuovo…

L’insegnante triestino Daniele Strappolo prende spunti e particolari da un tragico evento storico realmente accaduto: il sequestro Gancia durante gli anni di piombo. Un nucleo armato delle Brigate Rosse sequestrò il mattino del 4 giugno l'industriale Vittorio Vallarino Gancia, figlio del proprietario dell'omonima azienda vitivinicola, con l’obiettivo di ottenere un alto riscatto e finanziare l’organizzazione nella lotta armata. Il sequestro si concluse il giorno successivo, i rapitori incaricati della detenzione furono individuati, la pattuglia fece irruzione nella cascina Spiotta d’Arzello, (vicino Acqui Terme) dove era tenuto nascosto Gancia. Lo scontro a fuoco, con l’impiego di armi automatiche e bombe a mano, causò la morte di Margherita Cagol, la terrorista a capo del nucleo brigatista, moglie di Renato Curcio, e dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, oltre al grave ferimento di altri due carabinieri, tra cui il tenente Umberto Rocca che perse un braccio e un occhio; l’ostaggio venne liberato incolume. Gran parte dei fatti sono noti, si possono consultare facilmente innumerevoli fonti, giornalisti magistrati storici studiosi hanno ripercorso la vicenda in più occasioni. Da allora emersero molti aspetti incontrovertibili e due versioni, in particolare sulla morte della trentenne trentina Cagol, mentre alcuni dettagli non sono mai stati precisati. L’autore sceglie una narrazione in prima persona relativa al possibile percorso del terrorista prima e dopo l’attentato: la scelta di militanza colta e il reclutamento clandestino, una certa confusione emotiva e la violenza politica (da cui il titolo), introspezioni e paure, contraddizioni ed enigmi, convinzioni e passioni di un personaggio che voleva liberare gli oppressi spingendosi fino alla guerra dell’uomo contro l’uomo; e poi si è integrato, a suo modo. Lo stile è chiaro, la forma lineare (pur con qualche refuso di troppo), l’intreccio sentimentale coinvolgente (pur se talora pesante).



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