Il capitale nel XXI secolo

Il capitale nel XXI secolo
Quando la ricchezza che viene prodotta dalla rendita del capitale risulta maggiore rispetto a quella ottenuta attraverso la crescita economica, coloro che già detengono ingenti patrimoni diventano ancora più facoltosi e il solco che li separa dal resto della popolazione si allarga ulteriormente. L’analisi storica condotta lungo i secoli che hanno preceduto il nostro lo attesta in maniera irrefutabile e ci insegna che le disuguaglianze tra una ristretta élite sociale e le classi meno abbienti rappresentano una condizione comune a ogni epoca. La più lunga anomalia è quella che si è verificata in Occidente dal periodo della ricostruzione post-bellica fino al termine degli anni Settanta. Un trentennio in cui le disparità sociali diminuirono per effetto degli elevati tassi di crescita economica e demografica e per merito di una tassazione fortemente progressiva sui redditi. Una società diversa da tutte quelle che l’avevano preceduta, in cui il ceto medio ebbe modo di dilatarsi e la comunità di conoscere uno stato di benessere mai prima raggiunto. Le condizioni in cui versa l’epoca a noi contemporanea di fatto segna la fine di questa eccezione e il ritorno a una società di tipo oligarchico in cui torna ad allargarsi la forbice tra i grandi detentori del capitale e la gente comune… 
Arguto e stimolante, puntuale, divulgativo e al contempo colto. Entro questa cornice possiamo inquadrare Il capitale nel XXI secolo del quarantenne economista francese Thomas Piketty, indiscutibilmente il libro del momento. Un testo scomodo per l’analisi documentata con cui l’autore, forte di una ricerca durata molti anni, muove una serrata critica al capitalismo contemporaneo; originale per avere individuato nell’eccesso di potere e di denaro accumulato nelle mani dei top manager uno dei motivi principali delle attuali disparità economiche; inquietante per lo scenario futuro che disegna per le classi sociali sfavorite. Ma anche in grado di raccogliere elogi incondizionati dai premi Nobel americani Paul Krugman e Joseph Stiglitz per la capacità di dimostrare che trent’anni di crescita economica non costituiscono uno stato naturale e che quello in cui viviamo è un sistema capitalistico patrimoniale di tipo ereditario. Se la mobilità sociale è preclusa allora non vi è più posto per la meritocrazia, il liberalismo e le conclamate tesi del vangelo capitalista. Le élites sono tornate a imporre un’ideologia che giustifica i loro privilegi e la politica vi si è adeguata. Rispetto al testo di Karl Marx questo lunghissimo, poderoso e approfondito excursus storico sull’andamento secolare della disuguaglianza economica e sociale ci lascia più rimorsi che speranze. 

 

 

 

 
 
 
 
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