Il cappotto di astrakan

1950. Un quarantenne italiano giunge a Parigi. È arrivato in Francia con l’intenzione di passarvi un tempo indefinito ed eventualmente dare una svolta alla propria vita in attesa di una possibile occasione o avventura. Altri suoi compaesani ‒ il Codèga, il Rapazzini, il Malingamba ‒ hanno già avuto il loro battesimo parigino e raccontano le loro avventure attorno al biliardo o ai tavolini del Caffè Clerici di Luino, Lago Maggiore, da dove l’uomo proviene. Trova alloggio presso la severa vedova Lenormand, che seppur dapprima restia dopo averlo osservato bene si decide a concedergli una camera ammobiliata ad un prezzo quasi simbolico: l’uomo però deve impegnarsi a non portare ospiti, non spostare nessun oggetto del precedente abitatore ignoto ed accettare la presenza dell’ostile gatto Domitien, che sembra far la guardia alla di lui memoria o attenderne il ritorno. Nel suo girovagare ozioso per Parigi l’italiano abborda la ventisettenne solitaria Valentine, cominciando a frequentarla e, quando non vede lei, passa il tempo in stanza a leggere affascinato alcuni oscuri scritti che ha trovato curiosando tra le cose di colui che un tempo l’ha abitata. Quando arriva l’inverno e l’uomo vorrebbe tornare in Italia per rifornirsi di abiti pesanti, la vedova Lenormand lo trattiene con insistenza fornendolo di alcuni indumenti tra i quali spicca un cappotto di Astrakan che la donna, vedendoglielo indossare, gli confessa farlo somigliare a Maurice, suo figlio. Quando poi Valentine lo vede con quel cappotto addosso gli rivela essere identico a quello posseduto da un suo amore passato che ancora incombe come un fantasma…

Nonostante Piero Chiara al termine del romanzo ci tenga a precisare di aver scritto in prima persona per un semplice espediente narrativo e che “(…) è quindi da escludere una mia partecipazione ai fatti raccontati”, ha con il protagonista numerosi tratti in comune: l’essere cresciuto a Luino, la frequentazione del bar e del biliardo, l’esser stato internato in Svizzera e l’aver girovagato tra Nizza, Lione e Parigi. Tutto ciò basta a dare, con tono colloquiale e mai prolisso, sapore di autenticità a luoghi, atmosfere e stati d’animo. Troviamo sparse qua e là, senza nessuna forzatura, considerazioni sui fatti e sulle cose che, senza pedanteria e senza pretesa di filosofeggiare, vanno a toccare con semplicità il profondo dell’esistenza. Pur non trattandosi di una “storia di mare” vi troviamo la lotta dell’uomo di fronte all’ineluttabilità del destino e degli eventi, il suo inutile sforzo di dominarli e, in questo, Il cappotto di astrakan può persino ricordare i romanzi Cargo di Simenon e Tifone di Conrad, autori con i quali Chiara condivide lo stile essenziale dell’uomo d’esperienza e “navigato”. E la constatazione che in fondo, l’importante non è l’esito degli eventi ma ciò che si vive interiormente durante il loro svolgersi e susseguirsi.



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