Il caso Tortora

Il caso Tortora

Venerdì 17 giugno 1983. Enzo Tortora, ospite dell’Hotel Plaza a Roma per motivi di lavoro (deve firmare il contratto che lo legherà per un altro anno alla fortunatissima trasmissione RAI Portobello), viene svegliato poco dopo le 4 del mattino dai Carabinieri che lo arrestano per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Giusto il giorno prima il presentatore, ignaro di un complotto che già si tramava alle sue spalle, aveva risposto con un sorriso ironico ad alcuni giornalisti che lo informavano di un comunicato ANSA che annunciava il suo arresto: “Credo che la notizia sia leggermente esagerata!”. Ma su quali accuse si basa l’arresto di Tortora? Su quelle di alcuni di camorristi “pentiti”. Il primo è Giovanni Pandico, scrivano e segretario del boss Raffaele Cutolo, che cita il presentatore definendolo “camorrista ad honorem”. Le perizie psichiatriche descrivono Pandico come “uno schizoide affetto da paranoia, uno psicopatico abnorme, una di quelle persone che a causa della loro anormalità soffrono e fanno soffrire la società”. Poi c’è Pasquale Barra, definito il “boia delle carceri” o anche “ ‘o animale”, per la crudeltà con cui uccide le sue vittime. E ancora Gianni Melluso, detto “il bello”, intelligente e calcolatore. Alle loro accuse si aggiungeranno quelle di altri, fino ad arrivare a diciannove accusatori. Le accuse contro Tortora sono generiche, improbabili e molto contraddittorie. Sarebbe facile per gli inquirenti Di Pietro, Di Persia, Fontana e Cetrangolo della Procura di Napoli, responsabile delle indagini, verificarne l’inconsistenza e dimostrarne la falsità. Ma così non avviene. Enzo Tortora, per cui l’incubo più grande e devastante è quello di non poter comprendere di che cosa lo si accusi, rimane in carcere per 7 mesi, a Regina Coeli prima e a Bergamo poi. Avrà successivamente i domiciliari, ma la sua vicenda giudiziaria si concluderà solo dopo quattro anni…

Giorgio Bocca definì la vicenda Tortora “Il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro paese”. Ma come è potuto accadere che un uomo del tutto innocente potesse essere accusato di associazione mafiosa e di spaccio di stupefacenti essendo del tutto estraneo a tali attività? Luca Steffenoni lo spiega in questo saggio di chiara lettura ma di notevole complessità, esordendo da eventi verificatisi in Italia ben prima che scoppiasse il caso Tortora, fin dalla fine degli anni Settanta: brigatisti rossi, lottizzazione della RAI, nascita delle prime TV private, rapimenti illustri, uso strumentale dei pentiti. In particolare, si sofferma sul rapimento dell’assessore ai lavori pubblici della Regione Campania Ciro Cirillo, democristiano. Per salvarlo, al contrario della linea dura messa in campo in occasione del sequestro Moro, vertici del partito e servizi segreti si rivolsero a Raffaele Cutolo, boss della camorra e “carcerato di riguardo”. Una trattativa Stato-Mafia per coprire la quale, con un’abilissima manovra di diversione e la complicità degli organi d’informazione, il caso Tortora con le deliranti accuse contro la celebrità televisiva costituirono un elemento ideale. L’autore affronta il tema con obiettività, mantenendo costante l’attenzione del lettore e aiutandolo ad approfondire una pagina oscura e tragica della storia italiana, forse nemmeno oggi completamente chiarita e conclusa. L’importante è che nulla venga dimenticato, perché, come si augurava lo stesso Tortora nel suo commiato a Leonardo Sciascia, il fatto che il suo sacrificio fosse servito al Paese non fosse un’illusione.



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