Il cervello di Kennedy

Il cervello di Kennedy
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2004. L’archeologa svedese Louise Cantor si trova ad Argo, nel Peloponneso. È settembre, la campagna di scavi si sta concludendo e tra pochi giorni la donna tornerà a casa. Telefona a suo figlio Henrik, a Stoccolma, ma risponde la segreteria telefonica. Louise lascia un messaggio preannunciando il suo arrivo. Si sente inquieta, come sempre prima di un viaggio, e non sa se ha voglia di passare la notte con Vassilis, il revisore dei conti dello scavo con il quale ha una tempestosa relazione. No, tutto sommato forse è meglio di no. La vita sentimentale dell’archeologa non è mai stata molto stabile e felice, quella recente lo è ancor meno: inconsapevolmente tende a fare sempre confronti tra gli uomini che incontra e il suo ex marito Aron, il padre di Henrik. E Aron vince quasi sempre, il che la fa arrabbiare molto. L’ha lasciata senza preavviso, una squallida lettera di poche righe ed è sparito. Si fa vivo ogni tanto da diverse parti del mondo, a volte in preda a sbronze lacrimose, e poi scompare di nuovo per mesi e mesi. Chissà dov’è adesso, si chiede oziosamente Louise. Prima di arrivare a Stoccolma l’archeologa fa tappa per un paio di giorni a Visby per partecipare ad un seminario sulle locali tombe dell’Età del Bronzo: da lì prova a contattare di nuovo Henrik, ma c’è ancora e sempre la segreteria telefonica. Preoccupata ma non troppo, appena arriva a Stoccolma si reca all’appartamento del figlio, ha le chiavi. Apre. C’è qualcosa di strano. Tutto è in perfetto ordine. C’è odore di chiuso. Va in camera da letto. Henrik è sotto le coperte, una mano penzola fin quasi a toccare il pavimento. Il ragazzo è morto. Louise corre sul pianerottolo, gemendo e gridando come un animale ferito. L’abisso si è spalancato sotto di lei…

Un suicidio troppo perfetto per essere vero, un figlio con una vita piena di segreti, di amori variopinti, di strani interessi. Una madre che per inseguire la verità e trovare la pace segue le tracce del figlio dalla Svezia a Barcellona e in Mozambico. E su tutto incombe, opprimente e letale, l’ombra dell’AIDS. Come? Cosa c’entra in tutto questo il cervello di John Fitzgerald Kennedy? In realtà nulla, malgrado l’autore utilizzi la vicenda della sparizione di parte dei campioni autoptici del Presidente Usa assassinato più come espediente commerciale che come metafora del mistero, del complotto alle spalle dei cittadini ignari. Il plot di questo romanzo – che è talmente intriso di vibrante denuncia degli affari sporchi di alcune aziende farmaceutiche sulla pelle del popolo africano da sembrare un mero pretesto – è stato concepito da Henning Mankell dopo aver letto della cosiddetta “catastrofe di Henan”: nei primi anni ’90 in questa provincia cinese le autorità sanitarie avviarono una gigantesca campagna di acquisto del sangue (il compenso per prelievo era di 40 yuan, 5,3 euro) tra i poverissimi contadini del luogo, estraendo il plasma e re-iniettando in vena per errore globuli rossi contaminati ai volontari, contagiando con il virus HIV da 500.000 a 1,5 milioni di persone. Siamo dalle parti de Il giardiniere tenace insomma (ricordate il libro di John Le Carré e il film The Constant Gardener – La cospirazione per la regia di Fernando Meirelles e interpretato da Ralph Fiennes e Rachel Weisz?), ma il bilanciamento tra fiction e cronaca è imperfetto e il romanzo è troppo pieno di cliché per decollare davvero. A peggiorare le cose l’irritante ingenuità informatica dell’autore e la freddezza della protagonista, davvero una madre (ed ex moglie) glaciale per i nostri canoni mediterranei.



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