Il ciarlatano

Il ciarlatano
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È il 15 maggio 1940 e alle cinque di pomeriggio Hertz Minsker lascia a piedi l’appartamento dell’amico Morris, in pieno centro a New York. La città a quell’ora gli appare soffocante, cotta dal sole. I marciapiedi sono disseminati di giornali spiegazzati, anche se sono dello stesso giorno. L’aria puzza di benzina. Un lezzo rovente sale dalle griglie della metropolitana, come da un crematorio sotterraneo. Le gomme delle automobili stridono. I passanti si trascinano stanchi, il protagonista nota uomini con camicie stazzonate, donne fradice di sudore. Un aeroplano solitario solca il cielo di latta. Accanto a un chiosco decorato con erba finta e noci di cocco, qualcuno si rinfresca bevendo una bibita ghiacciata. I venditori di giornali gridano di città bombardate, paesi distrutti, eserciti sconfitti. La linea Maginot, nella quale la Francia e gli altri popoli civili hanno riposto grandi speranze, è superata. L’uomo parla tra sé e sé e si chiede: “È questa l’America? È questo il mondo? Sono io, questo?”. Da ragazzino ha sognato di diventare un nuovo Rabbi Nachman di Breslav. Ha digiunato, inghiottito senza masticare, cercato di accelerare la venuta del Messia. Ha sognato di esserlo lui, il Messia. Invece quel giorno avverte la sensazione di aver toccato il fondo. La relazione con Minna gli procura un piacere immenso, Minna è capace al contempo di mescolare parole sacre a espressioni oscene, di fare cose meravigliose e turpi al tempo stesso e tutto al fine di eccitarlo. Anche lei, proprio come lui, è uno strano miscuglio di santità e impurità…

Il ciarlatano narra il difficile percorso di adattamento e di maturazione da parte di un ebreo polacco emigrato negli anni Quaranta a New York per sfuggire alle persecuzioni razziali vigenti in Europa. Lo scrittore assegna il ruolo predominante nel racconto ad un unico soggetto: Hertz Minsker, figlio di un famoso rabbino e amico di importanti intellettuali dell’epoca, dotato di una incredibile doppiezza caratteriale che viene via via descritta in maniera colorita nel libro e che affascina il lettore con toni solo apparentemente leggeri e ironici. Per contro, l’impressione è che lo scrittore premio Nobel per la letteratura nel 1978 abbia voluto descrivere la versione yiddish del “don Giovanni” di Mozart, forse un po’ rappresentando sé stesso riguardo alla passione per il sesso femminile. E tuttavia le coincidenze tra autore e personaggio letterario si fermano unicamente a questo dato, perché il libro in realtà contiene un’amara condanna nei riguardi di chi, ricco di sapere e con importanti relazioni sociali, fortunato ad essere sfuggito ai forni crematori, una volta giunto in salvo sceglie la strada dell’eros e dell’inganno piuttosto che porsi alla guida della comunità alla quale appartiene. Hertz in altri termini è un irrisolto, che lo scrittore condanna senza appello perché nel momento esiziale, piuttosto che restituire quanto ricevuto consapevole della tragedia lasciata alle spalle, anziché adempiere al proprio dovere per cialtronaggine si tira fuori e lo fa nel modo più elegante possibile: seducendo e derubando tutte le donne che incontra sulla propria strada senza fare alcuna distinzione e - cosa ben più grave - senza provare alcun rimorso.



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