Il cielo è dei violenti

Il cielo è dei violenti
America, anni ’60. Il vecchio Tarwater , il profeta, muore una mattina mentre fa colazione. Prima di morire aveva lasciato al pronipote con lui convivente due compiti importanti: il primo, appunto, era quello di seppellirlo e il secondo quello di recarsi in città dal maestro Ryber, altro nipote del vecchio, e battezzargli il figlio deficiente. Il giovane pronipote, non riuscendo a seppellire il pesante e ingombrante corpo, decide di risolvere il problema appiccando un incendio. E dopo aver volto un ultimo sguardo alla fattoria che finisce in cenere si accinge a recarsi in città per adempiere all’altro compito affidatogli. Forse…
Bastano poche pagine per comprendere come ci si trovi di fronte a una grande scrittrice. La scrittura della O’ Connor credo non possa essere scissa da quella che è stata la sua vita, caratterizzata da un fortissimo sentimento religioso e dalla malattia, il lupus, che la portò ad una morte precoce e che lei visse sempre stoicamente affermando con candore “Non sono stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è il luogo più istruttivo di un lungo viaggio in Europa”. Quindi malattia come parte essenziale di se stessa, della propria natura, non una “nemica” e, spesso, strumento indispensabile per interpretare e capire il mondo. Il cielo dei violenti, che prende il nome da una citazione evangelica è un crudo romanzo nel quale O’Connor fa calare in un’atmosfera atroce, quasi folle, il contrasto pressoché insanabile tra fede e pensiero razionale. Contrasto insanabile perché ci troviamo di fronte a due fanatismi uguali e diversi allo stesso tempo, rappresentati alla perfezione dal vecchio Tarwater, autoproclamatosi profeta e dal maestro Ryber. Parole dure, ruvide quelle della O’Connor, personaggi estremi e aberranti destinati a una costante e dolorosa non-salvezza o, al limite, a trovare la libertà in atti di violenza inaudita. E se a fine lettura rimane quasi una sensazione di impotenza, nasce incontenibile la voglia di leggere tutta la sua produzione.

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