Il cielo sopra l’Everest

Il cielo sopra l’Everest

Seduto sulla cresta sudorientale dell’Everest, Giuseppe Cagliari scruta la nebbia compatta che lo avvolge. “Niente stelle. Niente spazi enormi, nemmeno il Lhotse”. Il nulla attorno, il gelo e la mano destra ridotta ormai ad una appendice dura e legnosa, Giuseppe è in preda alle allucinazioni che arrivano improvvise mescolando realtà a sogno, ma donandogli al tempo stesso una breve consolazione dalla più nera disperazione. Non avrebbe dovuto muoversi verso la cima così tardi, perché mai non ha seguito il consiglio delle guide assistenti e non è tornato indietro quando era chiaro ormai che l’ascensione stava procedendo troppo lentamente? Adesso, ignorando il destino dei propri compagni di avventura, se ne sta seduto sotto la Cima Sud a delirare e a pregare che la fine arrivi in fretta a senza troppo dolore. Trecento metri più giù Natalie, Sten e Lobsang aspettano seduti che ritorni Ang Nuru, allontanatosi per andare a chiamare rinforzi, e sgranano sgomenti gli occhi nella nebbia cercando di scorgere qualcosa al di là delle tenebre che li avvolgono, con l’unico desiderio in fondo al cuore di chiudere gli occhi e scomparire per sempre. Dal campo base, Karin cerca di organizzare i soccorsi e, nel frattempo, di tenere svegli e vigili i dispersi in quota comunicando con loro via radio. Quando arriva Jacob Engler, tutti lo guardano silenziosi, tutti con lo stesso appello muto negli occhi come se lui da solo potesse salvare la situazione, salire a 8500 metri a notte fonda e riportare a casa l’intera spedizione...

David Lagercrantz, noto ai più per aver scritto i sequel della fortunatissima trilogia di Stieg Larsson Millennium, ambienta la sua nuova storia in alta quota ispirandosi ad un fatto di cronaca realmente accaduto. Quello che tra il 10 e l’11 maggio del 1996 vide la morte di ben otto alpinisti colti da una bufera durante il tentativo di ascesa alla vetta del monte Everest (fra essi il neozelandese Rob Hall e lo statunitense Scott Fisher) e che ha ispirato anche il film del 2015 diretto da Baltasar Kormákur. Su questa vicenda molto si è scritto, individuando le cause della tragedia in una combinazione di eventi sfavorevoli, non ultimi il numero eccessivo di scalatori presenti in parete ed il sopraggiungere improvviso di condizioni meteorologiche avverse; l’originalità di Lagercrantz sta però nel costruire sui resti di una tragedia realmente avvenuta una storia – immaginaria e con personaggi inventati – affascinante, dal ritmo incalzante, con un’ottima caratterizzazione dei personaggi e dalle tinte giallo scuro del thriller psicologico. La montagna, la bufera ed il pericolo costringono gli scalatori a fare i conti ognuno con i fantasmi del proprio passato; davanti a quelle tenebre di ghiaccio l’uomo è finalmente spogliato, mostra la sua essenza, comprende con maggior chiarezza i propri sentimenti. Fra tutti: Giuseppe Cagliari, l’uomo apparentemente tutto d’un pezzo che troviamo in apertura di romanzo mezzo congelato ed in preda alle allucinazioni; Jacop Engler, alpinista estremo sempre in cerca del limite da superare, che affronta la scalata in solitaria per cercare i possibili superstiti e che finirà invece per trovare se stesso; Paolo Villari, imprenditore di successo, altero e sprezzante dei rituali nepalesi legati alla montagna. In ognuno di essi c’è anche un pezzetto di Lagercrantz:“Il giornalista Peter Stjerne possiede la mia fragilità” scrive l’autore nella postfazione “Karin Torshede il mio sguardo sociale. Ho provato l’invidia di Giuseppe Cagliari, l’arroganza di Paolo Villari. Come Ang Nuru sono diviso fra mondi. Non sono né uno scalatore né un eroe, ma conosco le tenebre di Jacob Engler […] Quando cominciai il libro ero schiacciato da gravi attacchi di angoscia che, come tante altre cose, mi spingevano a scrivere. Spesso nei miei pensieri l’Everest diventava qualcosa di diverso da una montagna […] Nei pensieri salivo lungo l’Everest, ma in realtà mi calavo dentro la coscienza”.



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