Il Cigno

Il Cigno

1 febbraio 1893, un fischio uno strappo e un cigolio: il vetusto treno da Sciara muove verso Palermo in una piovosa sera d’inverno. Scompartimento di prima classe, sedili di velluto rosso. È seduto un uomo, il commendatore Emanuele Notarbartolo. Osserva il paesaggio mutare al finestrino rigato di pioggia e intanto vi riflette i suoi pensieri: mettere di nuovo gente onesta e capace ai vertici di quel Banco di Sicilia da cui era stato allontanato dal governo Crispi e gli amici siciliani (quell’associazione a delinquere!), e la ripresa del quale gli era stata nuovamente affidata dal marchese di Rudinì. Notarbartolo deve fare pulizia, e già ha colto un ladro con le mani nel sacco: l’onorevole Raffaele Palizzolo. Al finestrino si disegna la stazione di Termini Imerese. Là fuori, il ferroviere e un frenatore confabulano, chiacchiere inudibili. Notarbartolo osserva, prova a interpretare. Cosa succede? Percepisce qualcosa, una nota di pericolo in un quadro apparentemente tranquillo. Il treno sta per ripartire, il capostazione si avvicina alla locomotiva. Dalla sala d’aspetto escono due uomini “vestiti di scuro con i cappelli calati sulla testa”, e Notarbartolo capisce che sono i suoi assassini. 1 aprile dello stesso anno, a Villabate sono riuniti i principali capi delle fratellanze e uomini d’onore, tutti attorno all’onorevole Palizzolo. Pacche sulle spalle, chiacchiere di puttane ed emigrati in America, macchie di sugo rutti sigari e tanto vino, i convitati brindano all’eliminazione dello scomodo e infame Notarbartolo. “Noi che abbiamo difeso le nostre famiglie, il nostro onore, i nostri sacrosanti interessi. Le nostre mani sono nette e la nostra coscienza è limpida”: parla Raffaele Palizzolo, muovendo le braccia e gli occhi e i lineamenti del viso tutti, e modulando la voce in una certa maniera che gli è valsa fin da ragazzo il soprannome di Cignu (Cigno). È attore, il Cigno, qualunque argomento affronti è per lui come salire sul palco e recitare la sua parte, preso in un ispirato monologo. “L’onore è ciò che ci fa essere uomini, perché un uomo senza onore è un uomo che non esiste: non ha amici, non ha rispetto, non può disporre dei suoi familiari e nemmeno di se stesso”…

È il 1993 quando per Einaudi esce Il Cigno, pubblicazione foriera di non poche polemiche: per come Vassalli racconta la Sicilia, per come Vassalli racconta la mafia, grottesca e buffona, con personaggi caricature e macchiette. Ma proprio qui troviamo la focale necessaria a Vassalli per insediarsi narrativamente nel momento in cui ‒ come il soprannome del Cigno prima solo isolano, d’ambito familiare e amicale, diventa famoso in tutta Italia grazie ai giornali e alle vicende giudiziarie ‒ la mafia diventa mafia, diventa soggetto e pregiudizio nelle aule dei tribunali, nelle prime pagine dei giornali. Il primo delitto eccellente, l’omicidio Notarbartolo, avvia il procedimento di affermazione del discorso di potere e tecnico-giudiziario intorno alla mafia, di una precisazione di ruolo in rapporto alle sedi di governo, all’opinione pubblica formatasi nei bar, nei circoli e nelle strade, giornale alla mano. Diventa personaggio, la mafia: e ne è simbolo don Raffaele Palizzolo, il politico, lo scrittore di poesie, l’eroe e bardo siciliano, il bamboccione attaccato alle poppe di Filicetta. Palizzolo è pupo nel teatro dei pupari, è trasformista trasformato in un melodramma a tre atti (Inferno, Purgatorio e Paradiso) che ne narrano l’ascesa, il trionfo e il divenir poi uomo “posato” con velleità letterarie e artistiche. Focale vassalliana è la forma buffa, melodrammatica, grottesca di uomini potenti e grotteschi, in cui il potere è inscindibile dal ridicolo. Il discorso di potere, ma anche giudiziario e morale/moraleggiante intorno e addentro alla mafia nella sua complessità affonda le radici nell’Italia che volle farsi unita, e il teatro evocato da Vassalli è materia organica che abita i meandri di questo Paese. In questa distanza (fraintesa, in sede di polemica, come superficialità di approccio o esagerazione caricaturale) Vassalli conosce e restituisce raccontando la Sicilia e i suoi guai: “(…) immensa distanza che c’è qui tra le parole e le cose. Qui chi agisce a suo vantaggio è sempre nel giusto, qualunque cosa faccia; mentre la ragione, che dovrebbe essere il punto di riferimento e la guida di tutte le azioni umane, è condannata a perdersi in un labirinto di sofismi dove l’essere e l’apparire, il bene e il male, il lecito e l’illecito sono intrecciati così strettamente tra di loro da non poter essere divisi, e comunque sono solo astrazioni”.



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