Il cinema dell'Estremo Oriente

Il cinema dell'Estremo Oriente
Dagli anni '80 ad oggi il cinema orientale non avrà prodotto registi del calibro di Ozu, Kurosawa e Mizoguchi, non avrà nemmeno sfornato un cineasta come il Chein Cage capace di influenzare tutte le generazioni del cinema cantonese a venire, ma ha dato un contributo decisamente alto alla settima arte internazionale. La Corea si è affacciata al panorama occidentale con registi come Kim Ki.duk, Park Chan.wook e Bong Joon-ho, dando vita ad una vera e propria new wave, mentre ad Hong Kong i fasti del cinema di arti marziali venivano sostituidi tai film di Stanley Kwan, Patrick tam e Ann Hui prima e dagli ormai celeberrimi Stephen Chow e Johnnie To poi. In Cina la sesta generazione ha cambiato le regole di quella precedente, gettando sulla società uno sguardo critico che il regima ha poco in simpatia. Da parte sua il Giappone ha risposto nell'ultimo decennio con un'inedita esplosione del fenomeno jhorror e con l'assurzione di registi come Kitano Takeshi e Miyazaki Hayao a figure di culto nel panorama mondiale. Queste sono solo alcune delle rivoluzioni che il cinema orientale ha apportato alla settima arte tout court. Il dato più significativo, che va oltre i generi e le new wave di cui sopra, parla di uno sdoganamento quasi completo del cinema asiatico in Europa e negli Stati Uniti. Quasi perché mentre per lo spettatore medio è normale sapere di un film filippino premiato a Cannes o a Venezia, per lo stesso spettatore è meno normale pagare il biglietto per godersi al cinema quella pellicola…
Scrivere un manuale di storia del cinema comporta sempre e comunque scelte radicali, fatte a monte e con le quali bisogna fare i conti per tutta la trattazione. In questo caso Marco Dalla Gassa e Dario Tomasi (che, bisogna ricordarlo, non sbagliano un colpo in fatto di libri) hanno deciso di concentrarsi sui cinque paesi più rappresentativi dell'estremo oriente cinematografico. Hanno evitato di aprire parentesi su Filippine e Thailandia (per non citare Vietnam e Singapore), probabilmente perché la trattazione del cinema di due paesi del genere avrebbe richiesto un approccio decisamente diverso da quello adottato invece per Cina, Corea del Sud, Giappone, Hong Kong e Taiwan. In seconda battuta, nonostante l'arco temporale analizzato (dagli anni Ottanta ad oggi) possa sembrare ristretto, il cinema asiatico in questi ultimi trent'anni ha vissuto un'evoluzione tanto importante da costringere gli autori ad un'ulteriore scelta drastica. Seguendo pulsioni completiste il manuale si sarebbe ridotto a un mero elenco di titoli e nomi, senza il benché minimo approccio critico. Invece Tomasi e Dalla Gassa si sono concentrati sulle grandi correnti, sui grandi nomi, sulle rivoluzioni più macroscopiche, per analizzarle nello specifico e spronare il lettore ad un personale recupero più minuzioso. Per questo motivo un volume di cinquecento pagine che studia il cinema degli ultimi trent'anni di cinque nazioni diverse si può permettere di dedicare, tanto per citarne uno, ben tre pagine a The Mission di Johnnie To. Perché il lavoro, monumentale, fatto dagli autori è quello di selezione dei cineasti e delle pellicole più rappresentative, attraverso le quali è possibile fornire uno spaccato generale delle rivoluzioni cinematografiche che il cinema dell'estremo oriente ha operato prima al suo interno e poi ha esteso nel resto del mondo. In questo modo in un'analisi prettamente storica e socio-economica sono riusciti ad inserire anche una necessaria parte più tecnico-teorica (vedi il capitolo dedicato a Wong Kar-wai), che rende il volume qualcosa di molto più complesso di un manuale di storia del cinema.

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