Il clandestino

Il clandestino

L’annuncio dell’arresto di Mussolini, dato dalla radio il 25 luglio 1943 alle 10.43 di sera, trova Medusa, località balneare toscana, semi addormentata, poco incline ad aprire il cuore alla speranza. Solo alcune persiane sfidano il coprifuoco, qualche porta di apre e pochi giovani si rovesciano in strada, ma, come per un tacito accordo, si rinviano le manifestazioni più clamorose al giorno dopo. Quelli del clandestino comunicano come attraverso una corrente sotterranea che a Medusa non si è mai interrotta, ma in un afoso 26 luglio il giovane avvocato Giorgetto monta su una panchina di Piazza Grande e finalmente dà voce al futuro. La sua voce timida, i volantini lanciati dai suoi amici sulla folla, provocano però l’intervento dei questurini costretti ad arrestarli. I quarantacinque giorni che separano il 25 luglio dal 8 settembre sono la parentesi più surreale nella vita degli italiani e dei Medusani. I fascisti neri, quelli cattivi, che non hanno pulcinellescamente fiutato il volgere dei venti e mollato la tessera con la stessa repentinità con la quale avevano aderito al fascismo, sono rintanati dietro le persiane chiuse. Dalle feritoie dietro cui si nascondono, il Rindi, il Malfatti, il Nencetti, Oscar, osservano la vita riprendere, la località placidamente incline a favorire i piaceri dei villeggianti, avvertono senza poterla contrastare la corrente sotterranea che porta messaggi, organizza movimenti di uomini e di armi verso la montagna, forma nuovi adepti e non sarà che il 9 settembre che troveranno di nuovo il coraggio di palesarsi in strada, forti di una supposta solidarietà dei tedeschi come il comandante Karl. “[…] Potrebbe sembrare incredibile che uomini di nessuna qualità che per caso, senza nessuna loro virtù, solo per le antiche tristi ragioni della storia italiana, si erano trovati per vent'anni a comandare, abusare, soddisfare la libidine, dopo aver constatato il 25 luglio com'erano disprezzati, derisi, da tutti accusati della rovina nazionale, ora, […] si dimenticassero di tutto, di nuovo avvinti da un ottuso livore, dominati dalla cecità, preda della cattiveria e fossero già pronti a ricominciare, […] l'ignoranza, insieme alle basse passioni, si era così incrostata dentro di loro da togliere ogni luce alla ragione”. Per strada durante quei primi quarantacinque giorni si incontrano solo coloro i quali sono ansiosi di avere riconosciuta la patente di antifascisti. La pantomima delle complicità ammiccanti che portano al reciproco riconoscimento di una qualifica che non si è mai fatto nulla per guadagnarsi. Gli unici che camminano a testa alta portando il vessillo di una gioia incontenibile, di una smania di fare, frenata solo dall’attendismo del partito e dall’incertezza del ruolo che Badoglio ci ha riservato, sono i giovani del clandestino: il figlio dell’ottico Summonti, detto il prete rosso, Rosa, l’ingegner Mosca, il Professor Duchen, il calafato Adriatico, il medico reduce di guerra, l’irresoluto scrittore Marino, il medico reduce dalla Libia Anselmo, il muratore Lieto, l’irriducibile Asdrubale scontroso e poco incline ad accettare la disciplina del clandestino, lui che da sempre è sovversivo e da sempre prende legnate dai camerati più feroci. Un entusiasmo, il loro, condiviso da veterani come l’Ammiraglio radiato Umberto Saverio, radiato dalla Regia Marina per aver osato prendere la parola contro le scellerate scelte militari fasciste e i cui ideali monarchici dapprima generano diffidenza, ma poi vengono assorbiti dal pragmatismo dei compagni. La sua attitudine al comando mal si concilia con le tattiche e le strategie dei giorni successivi all’otto settembre e finirà per compiere un’azione solitaria ed eroica che avrà per il clandestino la stessa valenza dirompente e salvifica del gesto eroico e altruista compiuto in montagna come ultimo regalo a i compagni, da Lorenzino, figlio di un maestro elementare di religione socialista…

Pubblicato nel 1962, Il clandestino valse a Mario Tobino il Premio Strega quello stesso anno ed è, insieme a Il deserto della Libia, il romanzo che meglio racconta l’esperienza della guerra, della Resistenza e dell’antifascismo vissute dall’autore in prima persona. Sin dalla scelta del titolo Tobino mette in chiaro che Il clandestino è un’opera che gli appartiene intimamente, una creatura che nasce dalla familiarità tanto quanto dal disprezzo. Si avvale per la resistenza di un nome ante litteram, che serviva ai militanti a definire l’organizzazione, la rete di quelli che sarebbero diventati i Partigiani, nel corso del ventennio in cui sono stati appunto nascosti, hanno vissuto la loro militanza in clandestinità. Il tono intimistico, l’affetto che dedica a ciascuno dei ragazzi, nulla tolgono a quello che Vittorio Sereni nella prefazione definisce “un epos universale che pervade l’opera”. Se Medusa è ormai universalmente riconosciuta come Viareggio, nel medico Anselmo ci potrebbero essere molte delle idee e delle drammatiche esperienze vissute da Tobino in guerra. Le parole che gli risvegliano la coscienza sono pronunciate da un’improbabile musa, la pettinatrice Iole che lo interpella disperata: “E ora chi siamo? Con chi stiamo? E tutti quei poveretti che sono morti?”e sono forse quelle che meglio rendono lo sgomento dei più dinanzi all’opportunismo politico e al calcolo di una classe politica guidata dalla sola ansia di mettere in salvo il più possibile la monarchia, senza il minimo interesse a spiegare al popolo che le subisce le proprie scelte. Lo stile asciutto a cui Tobino ci ha abituato, cede il passo in questo romanzo corale a una veemenza stilistica, un fervore intellettuale che trova compiuta espressione nella “febbre di agire” che consuma Anselmo e l’Ammiraglio. La narrazione che fa della vita e delle gesta di questi uomini e ragazzi è epica e allo stesso tempo minutamente umana, sentimentale, pervasa da un senso di acuta, indissolubile nostalgia. L’autore che pur non risparmia gli elementi di pathos ed eroismo dà altrettanto spazio ai sentimenti, alle riflessioni, alternandole ai patemi organizzativi, all’attesa delle armi, alla ricerca del Radio Telegrafista paracadutato, all’ansia dei neri di sapere chi sia il capo dell’organizzazione. Il contatto col prossimo e la scoperta dell’altro spesso così insospettabilmente simile a sé stessi, il lento processo di rinascita di un’Italia civile e idealista sembra interessagli molto più della conclusione della vicenda militare della Resistenza, tant’è che a questa sono dedicate, poche, quasi frettolose pagine che sono una frazione minima di quelle dedicate alla preparazione, alla tessitura dei rapporti.



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