Il club degli uomini

Il club degli uomini
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Berkeley, anni Settanta o giù di lì. Le donne volevano parlare di rabbia, di identità, di politica eccetera. E gli uomini? Di cosa parlano gli uomini, quando restano da soli? Si può legittimare un gruppo di maschi bianchi etero che decidono di riunirsi per fare autocoscienza, con la garanzia che tutto ciò che diranno resterà al sicuro di quattro mura? Harry Kramer, strizzacervelli, ospita l’incontro a casa sua. Ha un serpente blu tatuato su un avambraccio e un pugnale blu tatuato sull’altro. La moglie non c’è, rientrerà tardi. Anche lei coordina gruppi femministi, il prossimo incontro è previsto la sera successiva. Questa notte, però, è solo per i maschi. Gli ospiti sono Cavanaugh, ex giocatore di basket al secondo matrimonio, e un suo amico che per tutta la storia rimarrà senza nome. Solly Berliner, professionista dell’immobiliare, capelli bianchi e sguardo grigio, arrivato fin lì da San José. Terry, medico con una ex ingombrante, che telefona in lacrime a casa di Kramer poco dopo il suo arrivo. Infine Harold Canterbury, biondo, giovane, un po’ fuori luogo, non tutti notano subito la sua presenza. Dovrebbe essere una serata qualunque, “una normale occasione sociale” per uomini fin troppo abituati al binomio casa-lavoro, lavoro-casa. Buon cibo, vino, uno spinello. Finché uno dei presenti suggerisce che, a turno, ciascuno si metta a raccontare la storia della propria vita...

Di cosa parlano gli uomini, quando restano soli? Fare supposizioni è fin troppo banale. Parlano di chi ha comprato questo o quel giocatore. Di quello che le donne hanno sotto la camicetta. Non parlano, fanno a gara di rutti. Niente di più sbagliato, ci insegna Leonard Michaels. Il club degli uomini è stato pubblicato nel 1981, il suo autore è morto nel 2003, eppure il libro sembra scritto il mese scorso. Basta un niente per dare il la e lasciar emergere che tutto il mondo è paese, che qualunque sia la tua identità di genere hai un fallimento che ti morde dentro, un amore lasciato andare troppo presto, e chissà come sarebbe andata se solo, e una casa e una famiglia imperfette ma che ti fanno sentire al sicuro, e una voglia matta di raccontare tutto questo. Anche se non è detto che, alla fine dei conti, tu sia davvero in grado di reggere emotivamente. Anche se non è detto che questo basti a renderti più umano di chi fa a gara di rutti. Sembra di leggere Boccaccio o Chaucher, ma in versione mignon e con una satirica strizzata d’occhio alla psicanalisi. Il club degli uomini ci tiene sul filo di lana di un’umanità fragile, e lo fa con una brevità magistrale, che arriva dritta al punto e lascia il segno, anche dopo la lettura.



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