Il Club Dumas

Il club Dumas

Madrid, anni ‘90. Lucas Corso, “mercenario della bibliofilia”, è un cacciatore di libri su commissione. Lavora per una ventina di librai antiquari italiani, francesi, spagnoli e svizzeri che cercano volumi rari per i loro danarosi clienti: “sciacalli di Gutenberg” che “sarebbero capaci di vendere la propria madre per un’edizione principe”. È un bel tenebroso dall’aria stropicciata, spettinato il giusto, con occhiali dalla montatura d’acciaio e una sigaretta senza filtro sempre tra le labbra. Corso si reca da Boris Balkan, traduttore e critico letterario temutissimo, considerato il massimo esperto francese del romanzo popolare dell’800, per un consulto tecnico. Ha con sé una cartellina che contiene vecchi fogli scrtti a mano: ognuna delle quindici pagine, tutte protette da una bustina di plastica trasparente, è coperta da una grafia fitta. A quanto pare si tratta del manoscritto originale del quarantaduesimo capitolo de I tre moschettieri di Alexandre Dumas padre, ma Corso vuole che Balkan glielo confermi. Non è questione di facile soluzione: nell’800 i manoscritti degli autori – una volta che il tipografo aveva composto il testo e lo aveva mandato in stampa – venivano gettati nella spazzatura. Di Dumas circolano solo poche pagine autografe, e anche la storia della stesura del romanzo su d’Artagnan e compagni è abbastanza rocambolesca. Balkan consiglia a Corso di recarsi a Parigi da Achille Replinger, grafologo specializzato, per chiarire ogni dubbio, ma non resiste alla curiosità e chiede al cacciatore di libri come ha avuto il manoscritto. Facendo spallucce, Corso rivela di agire per conto del giovane libraio Flavio La Ponte, che ha ricevuto quei fogli da Enrique Taillefer, editore di libri-spazzatura ma grandissimo collezionista e appassionato di feuilleton ottocenteschi, che si è impiccato per ragioni misteriose pochi giorni prima. Lucas Corso parte dunque per la Francia, ma prevede di fare anche un salto in Portogallo, dove lo ha convocato urgentemente Varo Borja, un ricchissimo libraio con una inquietante passione per i volumi antichi dedicati al diavolo e alla stregoneria, che deve affidargli una missione quasi impossibile…

Con il successo stratosferico di questo romanzo (Roman Polanski ne trasse anche un film, La nona porta, con Johnny Depp) lo spagnolo Arturo Pérez-Reverte nei primi anni ’90 passò a tempo pieno alla carriera di scrittore, dopo esser stato giornalista e corrispondente di guerra per quasi un ventennio. Quel successo – che dura tutt’oggi, e questa ennesima ristampa italiana non fa che confermarlo – era ed è giustificato? Se si guarda a Il Club Dumas nel suo complesso, valutandone pregi e difetti, sì. Di certo non va annoverata tra i pregi del libro la soluzione doppiamente deludente delle due sottotrame. Le motivazioni dietro alla spirale di violenza scatenata dalla setta di fanatici del feuilleton che dà il titolo al romanzo paiono francamente pretestuose, troppo deboli anche in un contesto di fiction, mentre la scelta di non confermare né smentire la presenza dell’ingrediente soprannaturale (diavolo, angeli custodi, libri maledetti etc), tutto sommato saggia, non giustifica un finale così monco, che non può che generare insoddisfazione nel lettore che con tanta fiducia ha seguito Reverte fino a quel momento, attraverso quasi 300 pagine suggestive e intriganti. Pagine impreziosite da deliziose curiosità sulla vita di Alexandre Dumas (e ce ne sono a bizzeffe, fu un personaggio incredibile), retroscena fascinosi del mercato librario antiquario europeo (una realtà sconosciuta al grande pubblico), disamine istruttive sui metodi di rilegatura, stampa e falsificazione dei libri antichi (forse le parti più interessanti), una breve storia dei trattati esoterici più rari e ricercati (alcuni immaginari). Tra tanta erudita bibliofilia, latitano le scene d’azione, ma in compenso non mancano le scene di sesso: Reverte crea uno dei personaggi femminili più sexy della storia della narrativa contemporanea, l’androgina e giovanissima sedicente angelo custode Irene Adler, e non si fa pregare per inserirlo in sequenze hot (tra le quali va segnalata la bella descrizione di una “cilecca” memorabile). Meno volontariamente invece tradisce una vera ossessione per i seni femminili, che nel romanzo immancabilmente e tormentosamente sono “grandi”, “prorompenti”, “magnifici”. Il Club Russ Meyer.



 

 

 

 
 
 
 

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