Il Codice Da Vinci

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Jacques Saunière, curatore del museo parigino del Louvre, è il quarto della lista. Il terrificante monaco albino Silas, che per gratitudine ha dedicato tutta la sua vita al servizio del cardinale spagnolo Aringarosa, ora a capo dell’Opus Dei, ha assassinato uno dopo l’altro i tre sénéchaux dell’antichissima società segreta del Priorato di Sion, e ora tocca a Saunière. Perché tanta ferocia? Perché il Priorato di Sion custodisce da tanti secoli un segreto che la Chiesa cattolica brama terribilmente, perché la rivelazione di quel segreto - che numerosi segnali annunciano imminente - metterebbe a rischio la sua stessa esistenza e la presa che la fede cristiana ha su milioni e milioni di persone: la vera natura e il luogo dove è custodito il Santo Graal. Prima di essere ferito a morte allo stomaco con un colpo di pistola, Saunière rivela a Silas un’informazione plausibile ma falsa, la stessa che anche gli altri sénéchaux erano addestrati a fornire in caso d’emergenza. Ma se il Graal rimane al sicuro, ora il problema da affrontare è fare in modo che il segreto non muoia con l’unico suo custode rimasto in vita (ancora per poco). Il morente Saunière quindi deve lasciare un messaggio in codice a chi troverà il suo cadavere: per far questo elabora una complessa coreografia fatta di posizione del suo corpo, numeri e parole scritti col suo sangue, e poi spira. Quando la polizia francese trova il cadavere, non può fare a meno di convocare al Louvre Robert Langdon, professore di Simbologia religiosa della Harvard University in quei giorni a Parigi per un tour di conferenze. Langdon aveva un appuntamento proprio con Saunière in quelle ore ed è la massima autorità nel campo dell’interpretazione dei simboli, quindi chi meglio di lui può decifrare il messaggio in codice? Ma Langdon non sa che il capitano della polizia parigina Bezu Fache non lo considera un esperto, ma il principale indiziato e soprattutto non sa che sta per ritrovarsi invischiato in una vicenda che rischia di cambiare la storia della Cristianità e del mondo per sempre…

Quando è uscito, ben pochi avrebbero ipotizzato che il sequel dello sconclusionato Angeli e demoni, l’ennesimo libro con la Gioconda in copertina scritto da un autore di thriller in cerca di identità (nei tre romanzi precedenti aveva fluttuato tra la spy-story alla Tom Clancy, la fantascienza alla Michael Crichton e l’action di ambientazione esotica) avrebbe costituito il caso editoriale più clamoroso degli ultimi anni, e quasi in tutto il mondo. Eppure, a ripensarci ora, sembrerebbe impossibile il contrario. Perché il cuore del plot de Il Codice Da Vinci non poteva non suscitare le più vive polemiche, e conseguentemente attirare l’attenzione del marketing. Si obbietterà che non si tratta del primo libro scritto sull’argomento (a partire dall’epocale saggio Il santo Graal di Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln al quale del resto il romanzo di Brown è palesemente e dichiaratamente ispirato), ma l’adozione di una forma espressiva tipica dell’entertainment (il romanzo, e in seconda battuta - e con molta meno efficacia, ahinoi - il film) più una serie di fattori casuali (un agente letterario importante, un certo coraggio da parte degli editori, la conquista dell’attenzione da parte dei mass-media, la scomposta reazione da parte delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche) hanno probabilmente permesso di raggiungere un pubblico altrimenti impossibile da raggiungere, e comunque non raggiunto fino al momento dell’uscita del romanzo: il saggio di Baigent, Leigh e Lincoln infatti, nonostante dica quasi le stesse cose del romanzo di Dan Brown (anzi, molte di più, molto meglio e ben più autorevolmente, essendo un saggio storico e non un’opera di fiction) era nel 2003 pressoché sconosciuto, almeno in Italia. Non ha giovato in passato, non giova adesso né gioverà mai in futuro alla causa di questa scuola di pensiero – a dire il vero – nemmeno l’eccessiva contiguità con il baraccone della controcultura New Age, Wicca, freak, hippie, complottista, esoterica e compagnia bella. Onore al merito quindi a Il Codice Da Vinci per aver fatto entrare nella casa della casalinga di Voghera il tema di una possibile storia alternativa di Gesù Cristo, diversa da quella arbitrariamente spacciata come ‘vera’ dalla tradizione cattolica ufficiale. Attenzione: affermare che la versione della storia per la quale Maria Maddalena è stata la compagna/sposa di Gesù, ha avuto un ruolo preminente tra i discepoli e probabilmente ha avuto uno o più figli dal predicatore ebreo che per milioni di persone è il Messia o il Figlio di Dio non significa necessariamente ristabilire la verità troppo a lungo negata. Significa ‘soltanto’ fornire un’altra spiegazione ugualmente plausibile in assenza di prove definitive, significa introdurre il seme del dubbio in chi non ha mai saputo che dubbi potevano esistere, significa svelare una serie di inesattezze e incongruenze nella tradizione cristiana che è utile tenere in conto per fare una scelta di fede consapevole, significa essere più informati sulla genesi e il percorso bibliografico a dir poco ‘accidentato’ delle Sacre Scritture. Già per questo, grazie a Dan Brown, anche se nel libro non mancano le inesattezze e le libertà di interpretazione (una per tutte l'elenco dei sénéchaux, che è notoriamente un falso di età contemporanea). Ma anche grazie per un thriller ben articolato, a elevato tasso di suspence, ricco di colpi di scena non sempre prevedibili e di citazioni sfiziose e stimolanti successivi approfondimenti personali da parte del lettore. Detto ciò, rimane per me del tutto misterioso il motivo per il quale Il Codice Da Vinci sia additato da larga parte dell’èlite intellettuale e letteraria italiana - dell’estero non so – come simbolo stesso della narrativa-spazzatura. Perché, davvero?



 

 

 

 
 
 
 

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