Il codice segreto di Pechino

Il codice segreto di Pechino
Cina Occidentale. Provincia di Qinghai. Il prigioniero 5995 si muove in uno spazio lontano dalla sua collocazione di internato in un campo di lavoro. Sta fuggendo e la paura è tanta. Ma non può fare altrimenti: col respiro affannato e le provviste nelle tasche, sparisce nel nulla.  Il prigioniero 5995, Li Huasheng, non è altri che Peanut, un uomo che vent’anni prima era una spia al servizio segreto di Sua Maestà la regina d’Inghilterra, ed oggi è solo un anonimo fuggitivo in una Cina completamente cambiata. Ma scappare dal Paese è difficile e, grazie all’aiuto del giornalista Philip Mangan, Peanut chiede nuovamente soccorso all’MI6. Sa benissimo che nessuno concede mai niente per niente e così promette di rivelare scottanti segreti militari, che si dimostreranno molto più complessi di quello che lui stesso crede…
Paragonato con toni altisonanti alle opere di Fleming e Le Carré, l’esordio letterario di Adam Brookes, giornalista canadese cresciuto in Inghilterra che ha errato come inviato in Asia e ora vive negli Stati Uniti, trae sicuramente ispirazione dai suoi illustri e veterani colleghi per ricostruire la realtà del mondo dello spionaggio contemporaneo, proprio attraverso la figura di un protagonista che conosce molto bene la realtà passata, quella della Guerra Fredda fra Oriente e Occidente. E il meccanismo, pur con qualche lungaggine di troppo e una struttura narrativa a tratti banale, funziona: il libro si rivela una buona compagnia per chi ama il genere, ripreso fedelmente nei meccanismi narratologici dei suoi schemi, forse un po’ troppo abusati e arricchiti di colpi di scena che si susseguono per avvincere e tenere incollato il lettore. Nulla che non si sia già letto. Intrattiene, ma si dimentica presto.
 

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