Il collezionista delle piccole cose

Il collezionista delle piccole cose
Londra, 1845. Seduti davanti a un bicchiere, quattro soci del White’s Club azzardano una delle singolari scommesse per cui va famoso il loro circolo. In barba all’opinione generale, riusciranno a rintracciare l’ultima alca impenne, un uccello inabile al volo e ritenuto probabilmente scomparso. Allo scopo i gentiluomini ingaggiano Eliot Saxby, appassionato di ornitologia e collezionista di uova rare e altri reperti scampati all’ingiuria del tempo. Imbarcato sull’Amethyst, un brigantino diretto nell’Artico, il giovane naturalista lascia il porto di Liverpool e salpa per il Nord, dove in epoche meno predaci le alche impenni prosperavano in pace. In lui c’è qualcosa di più del mero interesse scientifico. Nel cuore nutre l’illusione di frapporsi come una barriera fra gli esemplari superstiti di alca e l’estinzione, ma l’iniziale entusiasmo per quell’avventura viene oscurato dall’orrore per le crudeltà a cui è costretto ad assistere: la strage gratuita degli stormi che seguono in volo la nave, il cruento massacro di foche, balene, trichechi, e altri gesti anche più dissennati. “A unire quelle scene c’era il sangue, di un rosso talmente vivido da far male agli occhi”. Di fronte a tanta violenza Saxby percepisce il fallimento dell’uomo, che si rivela “nient’altro che una bestia avida e a caccia di profitti”. Ad ossessionarlo, però, non è solo la ferocia di cui è spettatore impotente. Sull’Amethyst c’è una passeggera, Clara. I marinai superstiziosi, convinti che una donna a bordo porti sfortuna, la guardano con timore. Nulla però è paragonabile all’incredulità e all’angoscia di Eliot quando la incrocia per la prima volta e nel suo volto smunto, nel suo sguardo supplichevole, pensa di riconoscere una fanciulla il cui ricordo lo sta perseguitando da un decennio. Allora gli aveva detto di chiamarsi Celeste ed era stata il suo grande amore e la sua sventura...
Intenso, poetico e straziante, Il collezionista delle piccole cose racconta con notevole forza descrittiva il lento e solenne inoltrarsi in uno dei luoghi più misteriosi e inospitali del mondo, oggetto di uno scempio indiscriminato. L’Artico è stato e continua a essere una terra di conquista per i servi del guadagno senza scrupoli. Con un linguaggio lirico, limpido come i ghiacci fra cui ci trasporta, e parole puntuali, vermiglie e dolorose come ferite aperte, Jeremy Page ci fa sentire colpevoli, per il solo fatto di appartenere al genere umano, di tutti gli animali trucidati e di tutto il male perpetrato verso di loro dalla cupidigia o dalla più stupida malvagità. Anche Saxby, benché mosso dalle migliori intenzioni, diventa un’inconsapevole pedina della brama di denaro che lucra su ogni piuma, ogni pelliccia, ogni grammo di carne o grasso, ogni creatura abbastanza rara da essere ammazzata, impagliata ed esibita nella teca di un museo o di un eccentrico privato. Al termine del tormentato viaggio Eliot dovrà fare i conti con il fantasma della sua donna che visse due volte e con una nuova, amara consapevolezza dei propri simili. Eppure, nel compito che si è prefisso s’intravede un filo di speranza. Perché, che altro fa un collezionista come lui se non sottrarre alla sparizione definitiva qualcosa di prezioso? “Il tratto distintivo dell’uomo è salvare”, gli ricorda Clara e lui s’impegna a preservare ciò che è troppo fragile per non dissolversi negli anni, con un pervicace idealismo che diventa metafora del potere salvifico della letteratura. Sappiamo che l’ultima coppia di alche impenni fu uccisa a mazzate da due pescatori islandesi nel 1844 e che l’uovo che stavano covando venne deliberatamente distrutto. Ma sappiamo anche che la letteratura ha la capacità meravigliosa di ricreare la realtà. Se l’alca è stata ignobilmente estinta, uno scrittore sensibile e appassionato può regalarle un diverso destino. E niente ci impedisce di rifugiarci nella parte più fiduciosa del nostro animo per credere che il suo finale sia quello vero.

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