Il collezionista di tempo

Il collezionista di tempo
1969. Gregorio Sanderi è un ragazzino d'una decina d'anni che decide di farsi mandare in collegio a Mondovì, nel Probandato dei Fratelli Maristi, nonostante non abbia né gravi problemi familiari, né difficoltà insormontabili con lo studio. Lo guida una precoce inquietudine esistenziale, e il miraggio di grandi campi di calcio, di interminabili partite. In collegio, Gregorio comincia a sentire strane voci nella testa, che si rivelano essere Gregori del futuro o di universi alternativi, che gli svelano sprazzi di cose ancora da venire oppure rivivono assieme lui ricordi del passato. 1980. Malgrado la grave malattia del padre lo esenterebbe dall'obbligo di leva, Gregorio sta facendo il servizio militare in attesa di un congedo che pare non arrivare mai. Quando finalmente la burocrazia si decide è troppo tardi, e suo padre è morto. Uscito di caserma, Gregorio decide di andare in cerca di un suo vecchio compagno di collegio che non vede dai tempi di Mondovì, mentre pianifica con un ex commilitone un ingegnoso traffico di droga attraverso la frontiera con la Francia. Le voci continuano a tenergli compagnia. 2004. Gregorio ora è in Olanda, dove vivacchia grazie al sussidio di disoccupazione e a qualche lavoro saltuario mentre si dedica alla stesura di un libro che lo ossessiona da tempo, intitolato L'architettura del molo di Porto Maurizio. La cosa strana è che molti contributi al romanzo arrivano da un misterioso Lukas, che gli invia e-mail dal 2065 raccontandogli un'Italia sconvolta da frane rovinose e dittature mediatiche e anticipandogli eventi del suo stesso futuro...
Marino Magliani è come quei fuoriclasse del pallone dei quali capita di vedere certi vecchi filmati in super8: ai margini di un qualche polveroso campetto di periferia, palleggiano magari con una semplice arancia decine di volte, disinvolti, la bocca piegata in un sorriso storto e compiaciuto. Talento puro che trasforma in magia e spettacolo un'atmosfera quotidiana, quasi dimessa, che cava gemme sgargianti da una materia vile, almeno apparentemente. La stessa classe cristallina, innata, ce l'ha Magliani, virtuosistico affabulatore eppure uomo del popolo, un passato di mille mestieri, di ulivo sale e sassi, di inquieto viaggiare. Qui lo scrittore di Dolcedo tenta con naturalezza l'intentabile, riuscendo apparentemente senza sforzo (l'arancia, ricordate?) a coniugare il suo afflato antimodernista (l'infanzia, il lirismo, le radici, i paesaggi, l'Italia che fu) con un plot modernissimo nella sua surreale originalità: come se Pavese (o Fenoglio) prima e Buzzati poi si occupassero di declinare un canovaccio buttato giù da Tondelli e Philip K. Dick, per dire. Chiave di tutto, la memoria. La memoria che sfugge, la condanna dell'oblio alla quale il protagonista del romanzo si sottrae 'collezionando' il tempo grazie alle voci che gli ri-narrano le sue esperienze passate senza posa, rendendole immortali, semprevive, e grazie alle e-mail che lo risparmiano dall'altra grande maledizione degli uomini, il non sapere mai cosa sarà il futuro. Libero da questi limiti, il Gregorio di Magliani si illude di salvarsi dalla solitudine, ma è forse possibile? No, credo suggerisca l'autore, non è possibile, non è umano, né nel 1969 né nel 2065. Un libro di gran classe, che se ne frega delle mode, che alterna senza soluzione di continuità i riferimenti autobiografici alle suggestioni fantascientifiche e sa emozionare in entrambi i casi. L'arancia, eccetera. Unica nota di demerito per la dimessa copertina del libro: l'architettura del molo di Porto Maurizio meritava forse uno sforzo creativo in più.

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