Il colombo d’argento

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Villaggio di Celebeevo, Russia, primi del Novecento. Il paesino immerso nella campagna ristagna nell’aria torrida del giorno di Pentecoste, mentre il giovane scrittore e poeta Pëtr Dar’jal’skij vaga per le strade polverose. Sono gli anni che precedono la rivoluzione russa e Pëtr cammina inquieto. Ospitato nella tenuta della fidanzata Katja Gugoleva, nipote della vecchia baronessa Todrabe-Graaben, Pëtr si domanda cosa lo tormenti così tanto e come mai non senta per la bella Katja quell’amore che dovrebbe scaturirgli naturale dal cuore. Eppure, ogni suo sforzo di evocare il viso di lei, mentre passeggia per le sponde del lago e il paese, risulta inutile e l’immagine scompare dalla sua mente come nebbia al sole. A sconvolgere il suo animo e il suo cuore, in maniera incontrollabile, è invece una giovane donna dal viso butterato, serva del falegname Mitrij Kudejarov. Gli occhi di Matrëna Semënovna lo fissano e Pëtr sente la sua carne fremere e il suo cuore vibrare, senza che lui ne comprenda il motivo. Dopo essere stato allontanato dalla tenuta della vecchia baronessa, accusato di furto e di essersi accompagnato a Matrëna, Pëtr Dar’jal’skij si ritrova a vagare per i boschi, inconsapevolmente sospinto verso la dimora del falegname. È lo stesso Mitrij Kudejarov a introdurlo alla setta clandestina dei colombi, del quale lui è il più alto rappresentante. Il falegname infatti non è quello che appare, così come il viandante straccione che saltuariamente fa visita alle case di Celebeevo chiedendo la carità nasconde sotto ai cenci un’altra identità. In molti, nella città vicina, fanno parte della setta, che prega di nascosto nel chiuso delle case, in attesa della venuta di una sorta di “messia” che dovrebbe nascere dall’incontro carnale di Pëtr e Matrëna…

“Dentro di lui aveva luogo una furiosa battaglia tra l’eccessiva cautela del debole e il pregustare una condotta di vita che ancora non era riuscito a trovare; era una battaglia tra una bestialità antica e un’assennatezza nuova, ma ancora dalle parvenze inumane.” Pëtr sta per attraversare un confine, questo passo ne prelude il momento, che va oltre quello tra la luce e le ombre. Il villaggio di Celebeevo, con la sua miseria, la sua calura insopportabile, la polvere e le mosche dal ventre giallo, è un piccolo universo giunto al suo crepuscolo, sull’orlo di un baratro, alla fine di un mondo ormai al termine. Dal paese parte una strada che scompare all’orizzonte. Andrej Belyj, pseudonimo di Boris Nikolaevič Bugaev, la descrive come “un freddo ghigno sul grande prato verde di Celebeevo.” A volte, alcuni giovani s’incamminano lungo la strada e non tornano più indietro. Certe altre, una forza ignota vi conduce gente di ogni sorta. Pëtr e Celebeevo, l’uomo e il villaggio, la strada che parte e conduce al paese, sono tre rappresentazioni di un mondo che sta per, e che deve, cambiare per mezzo di una sommossa imminente. Nel racconto di Andrej Belyj, che visse i travagliati anni della rivoluzione russa, simboli e visioni permeano l’intero romanzo, concepito come inizio di una trilogia e al quale farà seguito il romanzo Pietroburgo . Si leggono nell’aria calda del giorno di Pentecoste, nella luce, e perseguitano il giovane scrittore, prescelto da una setta per essere al tempo stesso colomba e agnello sacrificale; si assimilano grazie a una scrittura virtuosa e poetica, ricca di immagini simili a tempere. Aspettatevi un racconto lento, melodico e sognante, laddove sognare può voler dire avere anche degli incubi. Una narrazione armoniosa che a volte s’incrina per dare voce e spazio a certi personaggi gretti, che necessitano di una lingua ruvida per parlare. Mescolanza di religione, credenze popolari, romanticismo, storia, fede, miseria e nobiltà: un romanzo che ci riporta indietro nel tempo, all’indietro nella storia e dentro la nostra spiritualità.



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