Il Colosso di corso Lodi

Il Colosso di corso Lodi

Milano. Marzo 1975. Benito “Mala” Malaspina è commissario della Squadra Mobile, Dino “Fernet” Lazzati giornalista di un settimanale pettegolo. Cominciano a scoppiare bombe, ma la pista non sembra politica. Sono esplosioni accurate e mirate, vogliono uccidere singoli ragazzi ma evitare altri danni, a quanto pare: prima in auto Daniele Belotti, figlio di ricchissimi imprenditori (e il padre mette subito una taglia di 20 milioni di lire); poi al cesso (esterno) della casa di ringhiera Ruggero Colombo; ancora, nella sala proiezioni del cinema dove lavora Corrado Poretti. I morti erano coetanei e forse la mattanza non è finita. Benito è felicemente sposato anche se non possono far figli, fuma Muratti, ha l’attendente romano e un capo fascista che vuole subito un colpevole purchessia, viene presto estromesso. Il bruttino Fernet continua a bazzicare la cronaca nera, scrive altro, beve amaro e prova a dargli qualche dritta, insieme alla bella giovane reporter Doriana. Saranno loro, comunque, a capire cosa sta accadendo…

Tre milanesi intorno ai quaranta anni (nati nel 1974, 1977 e 1978) hanno fondato un trio letterario affiatato e il festival “Milano calibro Noir”. Insieme narrano con simpatia e curiosità la Milano di quando ancora non c’erano (almeno con la loro testa), sono al terzo romanzo della serie (i primi due riferiti al 1973 e al 1974). Usano la terza persona, quasi fissa sui due amici indagatori, più Mala che Fernet. Ogni tanto intercalano definizioni da cruciverba ed enigmistica (passione della moglie del poliziotto). Il titolo fa riferimento alla grossa ombra che qualcuno ha visto prima o dopo le esplosioni. C’è molta musica, i tre ragazzi hanno ampie collezioni di dischi in vinile, soprattutto 45 giri di successi dell’epoca (come “L’importante è finire” di Mina), il cibo in secondo piano. Il romanzo è garbato anche se a quel tempo era difficile per un cronista pensare di pubblicare proprio un noir.



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