Il colosso di New York

Il colosso di New York
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In 13 frammenti a metà tra prosa e poesia, le sensazioni, le esperienze, i sentimenti di quanti arrivano a New York cercando un futuro, di quanti ne partono sapendo che non la dimenticheranno mai, e di quelli che ogni giorno attraversano come formiche indaffarate alcuni luoghi-simbolo della città...
New York: soggetto affascinante per antonomasia o luogo (comune) abusato? Entrambe le cose, probabilmente. Ma quando ad esercitarsi su un tema pur così inflazionato è un talento del calibro di Whitehead, ogni sensazione di deja-vu scompare, ed è pura magia. Le pagine di questo particolarissimo libro sono infestate dal fantasma di una città, dalla sua energia, dal caos, dalle speranze, dalle promesse, dai rimpianti generati da questa mistica Promising Land in riva all’Hudson. In una serie di polaroid emozionali che si susseguono come movimenti di una sinfonia (a metà tra Gershwin – sì sì, lo so: ma che volete farci? - e la Björk più introversa), lo scrittore afroamericano dipinge dei paesaggi al tempo stesso esteriori ed interiori. La stazione degli autobus Greyhound, Port Authority, ma anche i sogni disperati di chi arriva nella Grande Mela per cambiare vita; la metropolitana, ma anche i ritratti dei passeggeri e le loro vite che si intersecano per un breve, fuggevole attimo; Broadway, ma anche i turisti che passeggiano rapiti; Coney Island, ma anche i bagnanti sdraiati sulla sabbia sporca uno accanto all’altro; e così via, accompagnando il lettore in una visita guidata dal grande, epico fascino. Con uno stile letterario ibrido, una prosa che altro non è che poesia ingabbiata in strutture più simmetriche e rassicuranti, colorata e complessa come la stessa New York, con la foto di Walt Whitman sul comodino e il taccuino di un beatnik nel cassetto, Whitehead switcha dalla terza alla seconda alla prima persona con maestria, giocando con le parole come un esperto affabulatore, malgrado la sua giovane età. Ambizioso, pieno di grandeur ma estremamente raffinato e cesellato nei particolari, Il colosso di New York non è solo (?!) l’omaggio emozionato ed emozionante ad una delle città-simbolo della modernità, ma anche un lasciapassare per il regno dei grandi scrittori. Buon viaggio, Colson, e scrivici. Per favore.

 

 

 

 
 
 
 
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