Il commesso viaggiatore

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1941. Eyvindur, giovane commesso viaggiatore, sbarca a Reykjavík dopo l’ennesimo sfortunato giro di vendite nei piccoli centri abitati dei Fiordi dell’Ovest. Ha con sé la sua valigia piena di campioni di lucido da scarpe Meltonian, cera da pavimenti Polyflor e piatti, bicchieri e posate olandesi che il suo grossista ha fatto arrivare dall’Olanda prima che scoppiasse la guerra. Il lucido e la cera sono andati benino, ma le stoviglie non le vuole nessuno. Colpa dei tempi difficili o piuttosto – si domanda con angoscia Eyvindur – colpa delle sue scarse capacità commerciali, del suo aspetto dimesso e sovrappeso, della sua mancanza di grinta? Gli stessi difetti che stanno minando alle basi la sua storia con Vera. Due settimane prima, alla vigilia della sua partenza per i Fiordi dell’Ovest, hanno litigato di brutto. Al goffo commesso viaggiatore era arrivato di straforo un pettegolezzo: la sua fidanzata se la faceva con i soldati americani. Eyvindur durante un battibecco aveva rinfacciato a Vera la cosa ed era successo un putiferio. Ma ora avrebbero fatto sicuramente pace, dai. Le ha anche portato un pacco da mezzo chilo del caffè che piace a lei, una rarità. Piove, ma il commesso non vuole aspettare: dopo una bella scarpinata, sferzato dal vento e dalla pioggia, arriva a casa. “Vera? Tesoro?” Nessuna risposta. Nell’armadio non ci sono più i vestiti della donna. Tuti i cassetti sono vuoti. Vera se n’è andata. Eyvindur è sconvolto. I pettegolezzi erano dunque veri? Oppure c’entra qualcosa quell’altra faccenda, quella di cui gli ha parlato Felix, il suo vecchio compagno di scuola? Allora il commesso aveva pensato si trattasse di uno scherzo di dubbio gusto…

Parte tutto da un delitto, ovviamente. Un uomo viene trovato in un appartamento di Reykjavík con il cranio sfondato da un colpo di pistola a bruciapelo, una vera esecuzione. Sulla fronte ha una svastica tracciata con il sangue. Tutti danno per scontato che si tratti di tale Felix Lunden, a cui l’appartamento è affittato. Solo che ben presto si scopre che non è così, e bisogna capire nell’ordine chi è il morto, perché è stato ucciso, perché è stato ucciso a casa di Lunden e dove è finito Lunden. Le indagini sono affidate a un inesperto poliziotto islandese e – poiché la pistola che ha sparato a quanto pare è uguale a quelle in dotazione alle forze di occupazione statunitensi – a un investigatore militare ancor più giovane e inesperto del collega. Ancor più del plot giallo, conta lo sfondo storico: siamo nel 1941, l’anno prima l’Islanda si è dichiarata Paese neutrale, rifiutando di entrare in guerra a fianco dell’Asse o degli Alleati. L’Inghilterra ha quindi deciso di invadere l’isola, per evitare a ogni costo che cada in mano nazista, data la sua vicinanza all’arcipelago britannico. A partire dal 7 giugno 1941 la difesa dell’Islanda viene affidata agli Stati Uniti, che all’epoca sono ancora ufficialmente neutrali: molte migliaia di soldati statunitensi arrivano a Reykjavík, causando ovvi problemi di ordine pubblico nella pacifica e scarsamente popolata capitale islandese. È questo lo sfondo sul quale Arnaldur Indriðason, oggi lo scrittore islandese più venduto e celebre, fa muovere i suoi personaggi in quello che forse è però il suo romanzo meno riuscito. Alla cupa maestosità della saga del poliziotto Erlendur Sveinsson e dei suoi colleghi, che lo ha reso famoso, sembrano essersi sostituite la stanchezza, la ripetitività, il manierismo. Nota a margine: nel risvolto di copertina il romanzo viene definito “Il primo di una nuova, avvincente serie”, cosa tutt’altro che esatta visto che è il secondo dopo Una traccia nel buio, sebbene si tratti di un prequel e quindi in effetti Un commesso viaggiatore sia la prima avventura del duo Flóvent e Þórðarson (qui presentato con il cognome americanizzato in Thorson).



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