Il compagno

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Seconda metà degli anni Trenta, Torino. Lui è un ragazzo apparentemente tranquillo, lavora nella tabaccheria di famiglia e la sera per hobby suona la chitarra alle feste e nelle osterie, tanto che gli amici l’hanno ribattezzato Pablo. Sotto il bel viso e l’aria taciturna si nasconde però il fuoco dell’insoddisfazione: Pablo è stufo di quella vita e ora che il suo migliore amico, Amelio, si è rotto la schiena in un grave incidente di moto sulla strada di Avigliana, lui “non ha con chi dire la sua e sfogarsi”. Per un po’ Amelio è rimasto in stato di incoscienza, con le gambe ingessate “che gli morivano”, ed “era inutile andarlo a trovare perché gridava giorno e notte e bestemmiava, e non conosceva più nessuno”, ma ora si è un po’ ripreso, è tornato a casa e vuole compagnia. Pablo lo viene a sapere tramite una certa Linda, che a quanto si dice era sulla moto con Amelio la notte dell’incidente ma non si è fatta niente, “è volata dentro il prato senza nemmeno spettinarsi”. Linda è sfrontata, “alta, ben messa”, fuma, sorride e ti guarda dritto negli occhi. Pablo ne è attratto da subito. Va a trovare Amelio a casa lo trova incattivito e magro, immobile nel letto, “la gola che sporge come un osso” Pablo non sa come fargli coraggio. Amelio non parla di guarire, non parla di niente, “risponde stando zitto”. Di nascosto dall’amico, Pablo inizia a frequentare Linda…

Il compagno fu il romanzo che nel 1947 inaugurò la prestigiosa collana Einaudi de “I coralli”. Ambientato nell’Italia fascista alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quella del regime trionfante e del consenso popolare ai massimi storici per Mussolini, in cui la morsa della dittatura era più feroce ma al tempo stesso iniziava a scricchiolare, è un romanzo dai toni insolitamente giovanilistici per Pavese, ha un sapore quasi da Beat generation ante litteram. È il bildungsroman di un giovane della media borghesia che non riesce ad accontentarsi della vita che gli è stata apparecchiata per il futuro, della strada che ha già segnata. Ha un lavoro sicuro ma vorrebbe vivere di musica, ha una vita tranquilla ma cerca l’inquietudine, si innamora di una ragazza disinibita e per (in)seguirla prima entra nel colorato, sboccato e velenoso mondo dello spettacolo, poi si trasferisce persino a Roma. Ed è qui che scopre un altro modo per veicolare la propria insoddisfazione: la lotta politica. Ma mi pare pretestuosa l’etichetta di “romanzo politico” per Il compagno, etichetta che probabilmente risente del clima culturale dell’immediato dopoguerra, in cui è stato pubblicato. Perché l’impegno politico di Pablo nasce da un moto esistenziale più che da una consapevolezza sociale o politica: più James Dean che Gian Maria Volonté, egli parla con un linguaggio sincopato, jazz, e Pavese accorda la sua scrittura al sound del suo protagonista, confezionando un libro sorprendente, che senza dubbio nel 1947 sarà parso assolutamente innovativo e che ancora oggi se la cava alla grande.



 

 

 

 
 
 
 

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