Il complotto delle mogli

Il complotto delle mogli
Dietro ogni grande uomo c'è una grande donna, dice il proverbio. E infatti dietro a Norman Saylor, etnologo illustre malgrado la giovane età e professore di Sociologia all'Università di Hempnell, c'è sua moglie Tansy. Da quando si sono trasferiti nella piccola cittadina sede dell'ateneo, la ragazza gli ha fatto da segretaria con lucida efficienza, ha iniziato a gestire brillantemente le relazioni sociali della coppia, destreggiandosi nell'opprimente e pettegolo ambiente accademico, sconfiggendo con abile diplomazia la mentalità chiusa e puritana dei colleghi di lui e soprattutto delle loro mogli. E se ora Norman è in piena corsa per la cattedra di Sociologia gran parte del merito è proprio della sua Tansy (“Ora lo capiva chiaramente. Da quando l'aveva sposata aveva sempre avuto fortuna, fortuna, fortuna!”). Durante un assolato e ozioso pomeriggio passato da solo in casa, il giovane etnologo si fa tentare dalla voglia di curiosare tra le cose di sua moglie, e tra vecchie foto e cosmetici scova in fondo a un cassetto delle minuscole boccette di vetro con dentro campioni di terra che quasi subito scopre essere stati prelevati da tombe dei due cimiteri di Hempnell. E in una scatola trova amuleti di ferro, ciocche di capelli, unghie, foglie secche. Tutti oggetti che a un profano potrebbero sembrare innocui o al massimo ripugnanti, ma che al suo sguardo di specialista parlano chiaro: Tansy pratica una qualche forma di magia. Possibile che una ragazza apparentemente così razionale sia tanto ingenua e superstiziosa? Mentre sta chiedendosi questo tra sé e sé, Norman si volta e incontra lo sguardo di sua moglie, che è tornata a casa prima del previsto. Ora lei sa che lui sa... Ma cosa esattamente c'è da sapere?
Pubblicato per la prima volta sulla rivista “Unknown Worlds” nel 1943 e in versione riveduta e ampliata in volume quasi dieci anni dopo, nel 1952, Il complotto delle mogli - al di là della lettura epidermica come satira sull'istituzione matrimoniale - è una metafora in forma di fiaba gotica delle differenze ma soprattutto delle diffidenze di genere. Vi è mai capitato di avvertire una distanza 'antropologica' dalle donne che frequentate (soprattutto dalla vostra partner) quasi come appartenessero ad un popolo culturalmente, etnicamente diverso? Vi siete mai sorpresi a notare che le ossessive verbalizzazioni tra le esponenti del gentil (!!) sesso hanno un che di arcano, quasi fossero l'espressione di un linguaggio ignoto agli uomini, di un qualche rituale, una sorta di incantesimo? Con la brillantezza che l'ha sempre accompagnato, Fritz Leiber riveste di fascino i cliché su uomini e donne inserendoli in una antica guerra segreta tra streghe che va avanti praticamente da sempre all'oscuro degli uomini, che non si accorgono che gran parte della loro vita è decisa dalle manovre occulte della loro madre o della loro compagna e non da altro. Il protagonista si trova a dover rinunciare al suo approccio scientifico (sebbene già un po' sui generis, visto l'ambito dei suoi studi) per aderire in pieno alle superstizioni che ha sempre analizzato, razionalizzato, vivisezionato e un po' deriso. In qualche parte il romanzo - più volte trasposto sul grande schermo - è certo datato, un briciolo razzista, quasi sessista, ma del resto è stato scritto settanta anni fa giusti giusti ed è ambientato nella provincia americana degli anni '30: e a ben vedere i protagonisti sono una coppia progressista e rilassata, quasi trasgressiva a dar retta a qualche velato accenno disseminato qua e là. Non mancano i toni da sitcom, alternati a scene quasi horror soprattutto nella seconda parte del romanzo e speziati da riferimenti al sesso certo non comuni nei libri del periodo del maccartismo. Il lettore contemporaneo – soprattutto se si tratta di un fan del genere – proverà sensazioni paragonabili a quelle di chi dopo tanti thriller cinematografici roboanti in 3D assiste a un vecchio film di Hitchcok replicato in tarda serata sulla RAI. Una storia di streghe leftish e fetish dal sapore molto retrò.

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