Il comportamento della luce

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Alexander e Laetitia sono marito e moglie. Innamorati, fortunati, belli, con una vita piena e con lavori affascinanti: lui dirige spot televisivi, lei è un’apprezzata modella. Viaggiano spesso, dividendosi tra le loro case a New York e Puerto Rico, hanno aspettative, speranze e comunanza di ideali. Poi un giorno qualcosa arriva a spezzare l’incantesimo: Laetitia comincia a dimagrire, immagina malattie inesistenti, si richiude in se stessa e finisce, inesorabilmente, per entrare nel tunnel della depressione. E nel lungo viaggio accanto a lei, per salvarla, Alexander scopre la fragilità, la paura, il dolore e l’inutile, labile senso di un amore destinato a finire…
Leggere un libro di Nic Kelman non può lasciare indifferenti: lo si può amare, lo si può odiare ma è impossibile che non arrivi a toccare qualche corda dell’anima. Dopo il caso editoriale di Girls, pubblicato nel 2004 e oggetto di grandi dibattiti tra l’opinione pubblica statunitense, torna quest’anno con Il comportamento della luce, una storia di rara potenza espressiva e vigore narrativo. Alexander cerca un senso alla malattia della moglie, si illude che la forza del sentimento che prova per lei possa salvarla dalla paura di vivere. E invece “quel ripugnante parassita in letargo, germoglia, pianta radici”, soffoca il desiderio. Si ragiona sul senso da dare all’esistenza tra queste pagine, si capisce che alla fine accumuliamo cicatrici senza mai imparare nessuna lezione. Kelman è amaro, pessimista, conscio della precarietà di tutto ciò che ci circonda. Prolisso in alcuni brani, trionfante di inarrivabile funambolismo verbale in altri, finisce per confezionare un romanzo di assoluta originalità, fatto di luci che si incatenano tragicamente ad ombre, incapaci di rifletterle. Un talento impedibile che ha già segnato la storia della nuova letteratura americana.

 

 

 

 
 
 
 
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