Il comune senso del pudore

Il comune senso del pudore

In principio sono Adamo ed Eva, la sposa nata dalla sua costola, che vivono tranquilli, beati, sereni e tutti nudi non sapendo di esserlo fino a quando non mangiano avidamente, contravvenendo all’unica regola posta loro da Dio, per colpa loro e del serpente tentatore, il frutto dell’albero della conoscenza, grave peccato di hybris – e non c’è empietà peggiore, sin dalla notte dei tempi – che determina per i due, e di conseguenza per tutti i loro discendenti, la perdita senza appello del paradiso terrestre. Perché si vergognano vedendosi come mamma, anzi in questo caso il Padreterno, li ha fatti, e quindi si coprono alla bell’e meglio con delle proverbiali foglie di fico quelle che non a caso si chiamano pudenda. Il pudore, in fondo, nell’immaginario collettivo, nasce da questo che è se vogliamo il primo racconto mainstream della storia della narrativa: la consapevolezza che possa esistere in natura anche qualcosa di torbido. Da lì però si va ben oltre: la spinta moralizzatrice coinvolge tutta la società e per esempio la sala cinematografica, in quanto buia, è un luogo di perdizione assoluta. Per non parlare poi del fatto che in Italia l’omosessualità, a differenza di altri Paesi, non è mai stata reato solo perché si ha pudore persino di nominarla, ritenendo che se non se ne parla a nessuno viene in mente che esista, e quindi non viene volutamente inserita nel codice penale…

Il pudore è qualcosa di molto personale, è un sentimento che ognuno declina a suo modo, in misura maggiore o minore, in base alla propria indole, formazione, educazione, cultura, appartenenza sociale o religiosa, un senso che cambia, si raffina, si modifica col tempo e con l’esperienza e che si lega a concetti come vergogna, onestà, eleganza, colpa, umiltà, ipocrisia, riservatezza, accettazione, rispetto, stima. Certi atteggiamenti per qualcuno sono completamente ingiustificabili, mentre altri non vi vedono nulla di male: nel vivere comune però è necessario evidentemente che vi siano delle regole, perché non tutto può essere sempre ammesso, anche a prescindere dalle circostanze. Perché altrimenti il rischio è l’anarchia, che di solito non porta mai all’assoluta libertà, bensì a una forma ancora più odiosa di prevaricazione di chi ha meno possibilità e meno strumenti per opporsi alla prepotenza altrui. In una società come la nostra che oltretutto dà molta – in certi casi troppa – importanza all’immagine e che spesso ridiscute anche dei concetti che si davano per assodati, pure per il tramite dei mezzi di comunicazione di massa, il pudore, che sembra un retaggio nostalgico del passato, in realtà è un tema centrale e in costante evoluzione: anche perché a partire da quello si è poi arrivati, ed è uno di quei casi nei quali il rimedio è peggiore del male, ammesso che la spudoratezza lo sia, a derive altrettanto ingiuste come la censura, che reprimendo soprattutto quel che concerne la sfera sessuale ha prestato per esempio il fianco, come spiega bene la giornalista e storica, dal chiaro intento divulgativo, Marta Boneschi, per converso non solo alla pruderie ma anche a una notevole e pericolosa disinformazione, oltre che a una sfacciata, diffusa e molteplice indecenza.



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