Il coraggio delle madri

Il coraggio delle madri

Roma, 1942. Benedetto è salito alla terrazza arrampicandosi per la scaletta che è sul ballatoio dove si apre la porta di casa. Vuole stare un po’ solo a pensare, lontano dai rumori di famiglia nell’ultima luce della sera. È tutto il giorno che tiene in tasca la lettera di mobilitazione dell’Esercito. Entro tre giorni dovrà presentarsi al Distretto Militare. Era consapevole che sarebbe stato tra i primi a essere richiamato, ancor prima che il Duce dal balcone si mettesse a urlare alla guerra. Non ha detto niente a nessuno, forse suo suocero che ha ritirato la lettera lo ha capito, ma Benedetto ha aspettato, per abituarsi all’idea, per trovare il modo di dirlo a Elinù sua. Benedetto ricorda che su quella terrazza Elena gli ha rubato il primo bacio, cambiando il corso della vita. Ripensa al servizio militare a Brescia, quella prima separazione forzata, la cicatrice per un “no” detto al superiore. Pensa Benedetto, tira le somme e nonostante tutto si sente ricchissimo per quello che è diventato, un calligrafo dell’Istituto Malattie, per quello che ha, sua moglie Elena e sua figlia Annamaria. Elena preoccupata della sua assenza lo raggiunge, in silenzio Benedetto le passa la lettera del Ministero…

Il coraggio delle madri riannoda i fili della storia di Elena e Benedetto Properzi, personaggi di cui Marco Proietti Mancini ha già scritto in precedenti romanzi. Nonostante quanto espresso nel titolo, lo sguardo dell’autore romano non è rivolto in prevalenza alle madri o alle donne, ma a tutti i civili che subiscono la guerra, guerra che non è mai giusta. Per definizione. Si riportano battaglie, sconfitte, bombardamenti: le alterne vicende insomma dell’esercito italiano a partire da El Alamein in Nord Africa nel 1942 fino al termine del secondo conflitto mondiale nella primavera del 1945. Ma soprattutto si segue la coppia dei protagonisti anche nella conquista del benessere palesato dall’acquisto dell’automobile, una Fiat 600. Si percepisce che molti dei riferimenti storici narrati sono attinti da racconti e esperienze di prima mano, è un po’ come ascoltare un nonno che ripercorre frettolosamente dolorose memorie di gioventù. I personaggi, forse perché già presentati negli altri romanzi, sono tratteggiati in maniera sintetica a discapito del coinvolgimento empatico. L’autore lascia lo spazio maggiore a lunghe riflessioni - talvolta dei protagonisti, più spesso del narratore - e, in generale, questo contribuisce a dare al lettore la sensazione che la vicenda sia riassunta del narratore, più che vissuta momento per momento accanto ai protagonisti. Una storia che parla di fame, freddo e violenza inflitte da una guerra inutile nonostante e durante la quale le persone provano a mantenere il ritmo della quotidianità, a essere felici del poco che capita nel presente, a consolarsi dei ricordi. Ma soprattutto è il racconto della tenacia, dell’amore tra Elena e Benedetto e dell’evoluzione del loro rapporto nonostante le traversie della vita. Restituisce lo stesso sapore dei filmati dell’Istituto Luce girati durante il fascismo: immagini sgranate, che procedono a scatti, con una voce fuori campo stentorea e dallo stile retrò, che commenta i fotogrammi e suggerisce ideali.



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