Il corridoio di legno

Il corridoio di legno
Andrea a Berlino ha lasciato un segno. Chi lo sta cercando sa che solo lì si può eventualmente trovare qualche traccia, capire come, capire perché. Andrea infatti d'improvviso è tornato in Italia, alla ricerca di Silvestro, il fratello rivoluzionario. Abbandonando la compagna Lotti, e un brillante lavoro presso una casa editrice rampante e dalle scelte sorprendenti. Chi sta tentando di capire, di ricostruire sa che il collegio dove tutti sono stati educati ad essere lo snodo cruciale. Da quei tempi remoti di inquieta pre e infra adolescenza, in un luogo claustrofobico ed oppressivo, tendente alla castrazione e puntualmente svilito dalla energia ribelle dei frequentanti, si sono dipanati tutti i fili, sia quelli che si sono saldamente annodati in un gomitolo sia quelli che si sono definitivamente spezzati, per non riallacciarsi più. “Siamo tutti feroci, e lo siamo da subito. Il resto non è che una conseguenza o una ripetizione”.  Più che un giudizio questa appare come una condanna a prescindere, di cui tutti i protagonisti sono consapevoli, chi più chi meno. Quindi tutto appare abbastanza chiaro. Al collegio si era formato un gruppo che resisterà agli anni e formerà un nucleo rivoluzionario che attenterà a chi ora sta spadroneggiando con la forza e sta violentando la democrazia attraverso l'uso furbo e sadico della Milizia, formazione paramilitare senza intelligenza ed intelligence, ma anche senza scrupoli. Non solo Silvestro, ma anche Franz, il tedesco che in collegio amava Hans e faceva il pugile. E poi Michele. E Stefano. Eccoli dunque. Assieme a Silvestro, che è scomparso e non si sa se è rimasto a comandare la rivoluzione o come si sussurra è passato dall'altra parte ed ora è il grimaldello per reprimerla definitivamente. Andrea cerca lui o forse se stesso, quando parte. E lo sa, “questa è la era ragione del mio ritorno: una resa dei conti”. E chi ora ripercorre le sue orme lo conosce bene, è stato compagno di stanza, eppure naviga nel buio, fatica a tessere la trama, anche se le lettere  di Andrea consegnate da Lotti danno più di qualche indizio, sono più di una testimonianza…
Intrigante, compatto e dai risvolti originali il romanzo di Giorgio Manacorda, professore universitario romano classe 1941. L'autore colloca entro spazi geografici ben definiti ed accuratamente descritti, con precisi richiami a edifici, vie, quartieri una vicenda temporalmente non classificata, un quando che non ha età, anche se è ovvio, si ripercorre in parte o del tutto quanto fu vissuto negli anni Settanta con la tragica svolta della lotta armata post movimento studentesco. Una prosa molto lavorata, spesso tutt'altro che agile ma mai ridodante o criptica, volutamente intimista, psicologicamente diretta. Un'operazione che definerei quantomeno interessante, volta ad analizzare cause ed effetti senza lasciarsi coinvolgere dall'attualità o dalla morbosità stringente della ricostruzione storica.

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