Il corridoio nero

Il corridoio nero
Ryan adora cambiare la routine. Per quanto cambiare l'ordine di azioni programmate e razionalizzate dal computer di bordo sia possibile. Sono già passati tre anni. Lunghe giornate sempre uguali nella distesa buia dello spazio. Sveglia alla stessa ora, colazione nello stesso intervallo di tempo, controllo delle attività inerenti alla navigazione, redazione del primo degli otto rapporti giornalieri, controllo delle bare pressurizzate. Là dentro dormono ibernati i tredici membri dell'equipaggio: sua moglie, i suoi figli, i suoi parenti e amici. Due anni ancora prima del loro risveglio. Ancora due anni di solitaria routine, sospeso fra una realtà sempre meno palpabile e fantasie sempre più reali. Due anni per attraversare il buio corridoio dell'universo senza stelle che è l'inconscio...
Opera del lontano 1969, pensata dall'ex moglie dell'autore e definitivamente rielaborata dallo stesso Moorcock. Rappresenta certo tutte le inquietudini e gli incubi ricorrenti di un’epoca che in Gran Bretagna come in gran parte d'Europa fu di aspra contestazione sociale. Un'epoca che segnò il passaggio dall'era dei Beatles e della swingin' London alla protesta contro la violenza della guerra in Vietnam e contro i pregiudizi sociali e il razzismo. L'esplosione del '68, insomma, della notte delle barricate a Parigi, dello spettro della contestazione che sembrava dilagare ovunque. L'autore sublima qui tutte queste inquietudini borghesi: la paura per il crescere della violenza delle folle, l'orrore per una possibile fine della democrazia e delle libertà personali. Ne nasce un romanzo solipsistico, in cui protagonista è l'incubo vissuto, l'orrore che non riusciamo a dimenticare e che popola inconscio e ricordi. Un simile incubo può essere in grado di confondere sogno e realtà, mescolare e ribaltare queste somme dimensioni dell'esperienza umana. Soprattutto se attorno al malcapitato individuo non c'è altro che la silenziosa, infinita, nera distesa di un cosmo indifferente e senza stelle.

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