Il corrotto - Un’inchiesta di Marco Tullio Cicerone

Il corrotto - Un’inchiesta di Marco Tullio Cicerone

Nei primi giorni di agosto del 70 a.C. in pieno Foro e al cospetto di un’ingente folla di spettatori si tiene a Roma quello che oggi definiremmo un vero e proprio processo-spettacolo. Nello spazio sottostante alla tribuna dei giudici posta al centro dell’anfiteatro Marco Tullio Cicerone lancia un’implacabile requisitoria contro Gaio Verre. La concatenazione di argomenti messa in campo dal celebre oratore risulta particolarmente incalzante e vibrante di imputazioni. Il propretore di quella Sicilia che Marco Porcio Catone definiva “granaio della repubblica e nutrice della plebe romana”, viene accusato di essere un governate corrotto, un maiale incapace di porre limiti alla propria voracità, un inguaribile lussurioso, un accanito predone di opere d’arte, un feroce estorsore e vessatore della popolazione siciliana, nonché un pessimo amministratore degli interessi romani. Cicerone sostiene di essere disposto a convocare numerosi testi. Vi riuscirà? E chi saranno queste persone? Inoltre, perché tanto accanimento contro un esponente di quel sistema di potere cresciuto sotto le insegne di Silla che è ormai al tramonto?

Il nuovo libro di Luca Fezzi è un saggio chiaro e approfondito, fruibile e rivolto a qualunque lettore pur nella peculiarità del tema trattato. Rappresenta un’indagine storica condotta con rigore e passione da uno dei maggiori studiosi contemporanei di storia politica dell’antica Roma. Il quale, invertendo qui registro rispetto alla tradizione, manifesta dubbi sull’affidabilità della ricostruzione allora condotta da Cicerone sulla carriera politica di Gaio Verre. Nelle pagine del suo testo, ricco di un accurato apparato di note e citazioni bibliografiche, solleva non poche perplessità circa l’inchiesta ciceroniana, adombra le evidenti manipolazioni presenti nelle argomentazioni dell’oratore, l’uso cinico e strumentale di una condotta accusatoria votata più ad accrescere il prestigio di chi la conduce che non all’esigenza di fare giustizia. Al termine della lettura, i dubbi seminati da Fezzi lungo il percorso generano la convinzione nel lettore che le colpe di Verre non siano state dissimili da quelle dei governatori delle altre province romane e che le accuse di Cicerone furono dettate più da interesse politico che non dalla virtù civile.



 

 

 

 
 
 
 

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