Il crepuscolo degli dei della steppa

Il crepuscolo degli dei della steppa
Dopo aver trascorso le vacanze estive in una casa di riposo a Dubulti, sulle rive del Mar Baltico, uno scrittore albanese rientra a Mosca, dove soggiorna nel pensionato dell’Istituto Gorki. Un austero palazzo di sette piani nel quale trovano alloggio giovani che si preparano alla professione letteraria, provenienti dalle diverse repubbliche dell’Unione Sovietica e da altre nazioni del campo socialista. Scrittori che attraversano lo specchio della loro esistenza come se fosse già il fronte tombale dei personaggi contenuti nelle loro opere. Annoiati e insoddisfatti, disillusi e pietrificati nell’incapacità di reagire, essi sostengono la causa del regime senza alcuna convinzione. Riempiono le proprie giornate di alcool, di belle ragazze attratte dal loro status, di pensieri che non trascriveranno mai nei propri testi e di una massa crescente di malumore. L’occasione propizia per il riscatto sembra giungere dalla notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Boris Pasternak, per il suo Dottor Zivago. Un riconoscimento che viene accolto dal regime kruscioviano con forte contrarietà e propagandato come operazione antisovietica. Ma tra gli ospiti dell’Istituto, ovunque si volga lo sguardo, si colgono solamente atteggiamenti di silenzio, debolezza e tradimento verso se stessi…   
>Alcuni romanzi possiedono un curioso appeal: si leggono assaporando l’amaro fiele di una storia  niente affatto entusiasmante, eppure avvolgono come una trapunta calda d’inverno, lasciando con la piena convinzione di aver letto un gran bel libro. È quello che succede con Il crepuscolo degli dei della steppa dello scrittore albanese Ismail Kadaré, un testo autobiografico – pubblicato in Francia nel 1981– che rievoca i due anni in cui l’autore studiò letteratura all’Istituto Gorki. L’opera unisce alla denuncia politica le qualità di un grande narratore e l’inestimabile delicatezza di una prosa poetica maliosa e seducente. E consegna al lettore il ritratto, a colori plumbei, di un’epoca in cui i luminosi ideali della Rivoluzione di Ottobre, impalliditi dall’oppressione staliniana, si spengono nelle ombre allungate di un crepuscolo che sa ormai di polvere e cenere. In cui il profilo degli intellettuali appare irrimediabilmente schiacciato dalla soffocante astrattezza del regime politico. Come se una cortina di nebbia fosse scesa sopra di loro fino a farli dubitare perfino di esistere. Quasi ad agire fossero ormai ombre e non più uomini, lontani dalla realtà, senza corpo e senza biografia. Sebbene ognuno di loro avverta il grave fardello di una tragedia di cui è testimone e nello stesso tempo vittima. 

 

 

 

 
 
 
 
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