Il cristiano tra potere e mondanità

Il cristiano tra potere e mondanità

19 marzo 2013: è il giorno della Messa di intronizzazione. Occasione ufficiale e del massimo prestigio: tutti i “grandi” della Terra sono lì per l’occasione. Per la quale, ovviamente, è codificato un preciso cerimoniale. Cui Francesco si sta attenendo scrupolosamente, come tutti. Senonché, nel bel mezzo di quell’evento tanto importante, qualcosa di più importante si fa notare e si impone: un malato di SLA, in mezzo alla gente. Gli “illustri ospiti” internazionali aspettano, mentre assistono alla scena di Francesco che abbraccia l’ammalato; proprio come se in quel momento non ci fosse niente di più urgente da fare. Cosa sia passato per la mente degli astanti, in quel momento, nessuno lo sa. Ma non conta. Conta quello che si può pensarne oggi, a quasi tre anni di distanza. Innanzitutto, la prima cosa che salta all’occhio, è che “lo Spirito soffia dove vuole”, e non corre dove lo porta il cerimoniale, ma dove c’è più bisogno di lui; ma, soprattutto, colpisce la constatazione che - come Francesco ha spiegato quel giorno, senza bisogno di una sola parola - non esistono uomini “superiori” o “inferiori” per il cristianesimo; e che chi più si ritiene importante, può finire tra gli “ultimi”...

«Per lungo tempo l’illusione del possesso della verità ha prodotto varie forme di alterigia e giustificato ogni violenza; è tempo di capire che la verità ci è solo affidata per quel poco che ci è dato di capirla e che il nostro compito non è agitarla come una clava, ma condividerla semplicemente con gli altri rendendola possibile nella vita ordinaria»: così scrivono Anna Carfora - incaricata di Storia della Chiesa nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale - e Sergio Tanzarella - ordinario presso la stessa cattedra e insegnante alla Gregoriana - sintetizzando in poche frasi interi trattati di teologia. La verità non può essere posseduta, è come il vento, e come esso può venir usata a vantaggio dell’umanità; la pretesa di possesso esclusivo non genera salvezza, ma violenza; non si capisce della verità ciò che essa è “in sè”, ma solo ciò che si può riceverne; la verità va “fatta” nella vita quotidiana, a favore di (e in mezzo a) chi ne ha più bisogno. Le “malattie della Chiesa”, in primo luogo il potere e la corruzione che esso reca spesso con sé - oggetto di questo trattatello la cui snellezza è un punto di forza - di cui ha parlato papa Francesco (nel suo discorso alla Curia romana, il 22 dicembre 2014), vanno superate non con la protervia di chi si ritiene più grande e più forte, ma con la gioia - se vogliamo infantile: e cosa c’è di più evangelico? - di chi conosce la propria limitatezza, ma tenta sempre di nuovo di scavalcarla. Pubblicato con il contributo del Servizio Nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose della Conferenza episcopale italiana.

 

 

 

 
 
 
 

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