Il cuoco dell’inferno

Il cuoco dell’inferno

Ferrara, inizi del 1500. Cristoforo da Messisbugo, Scalco di corte, cammina per la cucina nuova che si trova all’interno dell’appena terminato Palazzo dei Diamanti. Passa in rassegna le cibarie e comincia a preparare la cena: oggi è prevista la grande festa di inaugurazione dell’edificio e saranno presenti tutte le autorità di Ferrara. All’improvviso scivola in una visione che lo riporta indietro di anni: si trova in un’altra cucina ed ha appena fatto a pezzi un uomo, e con lui c’è suo fratello. Viene interrotto da Mastro Zafferano, capocuoco di corte. Si ridesta e va a fare una passeggiata. Il Frate, fratello di Cristoforo, ed il suo servo Franz sono fermi lungo la strada, stanno riposando, poi riprenderanno il viaggio. Il Frate sta disegnando su un foglio con la sua punta d’argento. Concluso il disegno lo guarda: un edificio con dei diamanti. Tutte le bugne sono bianche, tutte tranne una. Nera. Il Frate è un sensitivo, sente le cose prima che accadano. Molte volte interpreta il futuro grazie ai suoi schizzi. Anche ora ha una visione, ed è molto chiara: deve assolutamente recarsi a Ferrara, tutta la corte corre un gravissimo pericolo...

I cuochi, le ricette e tutto quanto concerne la gastronomia sono temi che negli ultimi anni hanno assunto una grande rilevanza mediatica in Italia grazie a fortunatissimi programmi televisivi, a partire da “Masterchef” per arrivare a “Bake Off Italia”. Come può l’editoria non adeguarsi alla moda? E persino la narrativa di genere, apparentemente lontana, fa la sua parte. Ecco allora che spunta questo romanzo, scritto non proprio da un esordiente – Andrea Biscaro ha già pubblicato diversi libri, ad esempio Cromo e Sangue d’Ansonaco. Il cuoco dell’Inferno però non è come i talent show in cui i concorrenti si scannano tra loro per vincere, o dove i giudici levano i grembiuli a chi in realtà già non ne ha. No. Questo scritto ha il pregio – uno dei pochi, a dire il vero – di essere originale. Il protagonista è Cristoforo da Messisbugo, cuoco realmente esistito, ai suoi tempi molto affermato, autore di due ricettari. Nel libro ne è citato solo uno, Banchetti composizione di vivande e apparecchio generale, pubblicato nel 1549 e che il nostro autore deve aver per forza sbirciato. È poi rappresentata Ferrara, descritta sommariamente la sua corte, ma niente di più. Nel complesso lo scritto non è quindi all’altezza delle intenzioni. La trama si sviluppa troppo velocemente e non lascia niente dentro a chi lo legge, i momenti chiave del plot sono liquidati in fretta e furia, scorrono via veloci, quasi impercettibilmente. Il clou della vicenda è troppo poco chiaro e troppo poco avvincente per catturare l’attenzione. Fosse stato sviluppato meglio, avesse avuto più consistenza, il testo avrebbe probabilmente funzionato, si intuisce un grande potenziale sprecato. E nonostante le tante ricette riportate, la pietanza è drammaticamente insipida e scotta.



 

 

 

 
 
 
 

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