Il cuore è un cane senza nome

Il cuore è un cane senza nome

Da quando lei lo ha lasciato sono passati mesi. Ha tentato di andare avanti con la sua vita, normalmente. Uscendo con gli amici, tenendo in ordine la casa, cercando di non pensare a lei. Finché un giorno, guardandosi allo specchio, non si è accorto di guaire. Sì, guaisce, come un cane. Guaiti disperati, improvvisi, senza controllo e regolarità. Guaiti bassi o appena accennati, a volte armoniosi, a volte tanto acuti gli sfuggono dalle labbra nei momenti più disparati. Cerca in ogni modo di coprire quei suoni per timore di essere deriso o, peggio, commiserato. E si isola ancora di più, guaisce senza sosta mentre cerca di risalire alla causa: sembra che una parte di lui stia cercando di buttar fuori il dolore, senza trovare altro sfogo che quello di articolarlo in suoni ferini e strazianti, indipendenti dalla sua volontà. Vorrebbe impedirsi di provare dolore, di ricordare i momenti con lei, le sue labbra, la sua compagnia, ma cancellare i ricordi, quello no, sarebbe un tradimento. E anche volendo, non potrebbe fare a meno di ritrovare il fantasma dell’abbandono in ogni cosa, dietro ogni svolta. Ma i guaiti sono solo l’inizio. Dopo una notte agitata, in preda alla disperazione, scopre di essersi trasformato definitivamente in un cane…

Il cuore è un cane senza nome: potrebbe benissimo essere un bell’incipit per una poesia il titolo del primo romanzo di Giuseppe Zucco, prova ambiziosa, per tematica e intenti, con cui l’autore classe ’81 si distacca dalla forma-racconto in cui lo si è visto impegnato sinora. Ambiziosa, poiché volta a vagliare il più insondabile dei misteri, l’amore. E ancor più dal momento che la storia trova innesto su uno dei tòpoi più (ab)usati della storia, la metamorfosi. La banalità è in agguato appena dietro l’angolo, ma Zucco rischia, offrendosi apertamente al confronto con un numero sterminato di predecessori e ritagliandosi un proprio spazio originale, soprattutto grazie ad una prosa sempre incisiva e trascinante – che aiuta a ovattare certi snodi più macchinosi della storia – e ad un vocabolario squisitamente vario, capace di luminosa commozione e violente dissonanze, con punte di crudo realismo. L’autore parte dai guaiti dell’innominato protagonista, primordiali vagiti di dolore e spiazzamento, per esplorare le sfaccettature dell’amore, forte di una prospettiva inusuale quanto efficace: quella canina, istintiva, naturalmente candida, capace di dedizione cieca e incondizionata. Il suo ragazzo-cane ripercorre la strada dei propri ricordi, per provare, in definitiva, a rispondere allo spinoso quesito di un cuore devastato, che scandisce le tappe del suo pellegrinaggio: “Che razza di forza era mai l’amore?”. Zucco disgrega l’unità temporale, saltando con grande naturalezza tra passato e “presente” (reale, assurdo e onirico ad un tempo), impone al protagonista e al lettore una dolorosa catabasi negli abissi delle pene d’amore. Per giungere alla conclusione che in fondo l’amore è totalizzante e inafferrabile: la sua comprensione può derivare solamente dalla somma di tante, a volte inaspettate e inspiegabili, intuizioni.



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