Il delitto in casa Taddei

Il delitto in casa Taddei

Agosto 1932. Il bravo baffuto commissario Saro Di Matteo, promosso da poco, lucano, laureato in Giurisprudenza, è da due mesi a Genova (ancora presso un affittacamere) ma si è affezionato alla città, nonostante i dissapori con il commissario capo Bombrini. In piazza Verdi, dall’altra parte del piazzale a pochi passi dalla stazione, hanno accoltellato un distinto quarantenne appena sceso dal treno, strappandogli via un pacco; non sembrava una rapina, i due si conoscevano e all’inizio chiacchieravano camminando; il pacco era piatto, forse conteneva un quadro. I suoi stanno già lì, arriva anche Di Matteo, cominciano a indagare pur consapevoli che ben presto la Procura li avrebbe estromessi in favore di una specifica sezione investigativa della Milizia, cosa che accade puntualmente (due giorni dopo). D’improvviso, comunque, il signor questore chiede di mettere a disposizione Di Matteo per un’indagine in una tenuta di campagna sui colli nei pressi del capoluogo toscano, a Le Fornelle, dalle parti di Vallombrosa, molte ore di viaggio, alla fine pure con un dispendioso taxi. È atteso da due nobildonne che aveva in passato conosciuto a Bognanco, l’alta e segaligna proprietaria Costantina Ravasio Meloni, appassionata di cavalli, che si accompagna lì col ricco commerciante di vino Mattia Castagnino, e la minuta affascinante amica marchesa Olimpia Tullia Delle Rose, che aveva chiesto espressamente di lui muovendo il potente cuginato romano. Fra il ciarpame della vecchia casa padronale era stato rinvenuto un quadro antico di straordinaria bellezza. Un po’ s’intendevano d’arte, avevano anche consultato in gran segreto qualche competente critico e storico, il dipinto poteva addirittura essere di Raffaello, ma poi era stato rubato da qualcuno che conoscevano, c’era bisogno di un’indagine accurata e riservata. Fra l’altro il delitto di Genova poteva essere collegato, il mite Di Matteo dovrà affrontare vari altri crimini e misfatti, misteri e furberie, prima di venirne a capo…

Eugenio Giudici (Rho, 1950) è giunto rapidamente a cinque volumi della suite Di Matteo, tutti ambientati in luoghi diversi dell’Italia nord-occidentale fascista. Come le altre volte la narrazione è in terza persona al passato, fissa sul commissario, questa volta però continuamente intervallata da una seconda storia in corsivo, ambientata nel XVI° secolo e incentrata sul rigattiere Menozzo che, a casa dei Taddei nella medesima zona (da cui il titolo), uccide di rabbia Messer Stefano, s’appropria della tavola sepolta e la mette sul carro insieme al resto da portar via, riesce a disfarsi del cadavere e a vivere fin oltre i 90 anni, sposandosi e prolificando a quella tarda età, sempre nascondendo il turpe omicidio e il prezioso dannato quadro. Secoli maledettamente dopo, l’analisi formale della tela suggeriva di collocarla, in caso fosse di Raffaello Santi Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520), tra il 1504 e il 1506, quando ancora il pittore era in una fase giovanile e studiava, a Firenze, l’opera di Leonardo e Michelangelo. Chissà? Il mite, affabile e impulsivo Di Matteo passa di successo in successo, pur tra gente infida in luoghi ostili, sempre incerto fra il trasferimento propostogli a Roma e l’avvicinamento chiesto a Potenza, in quest’avventura lontano dai collaboratori con i quali era cresciuto un buon rapporto (con lui, non fra loro): il maresciallo Canepa, il vicebrigadiere Baciccia, la guardia scelta Orioli. Dialoghi curati, descrizioni nobili, stile ancora ordinato e pacato, a tratti noioso.



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