Il demone sterminatore

Il demone sterminatore
“In molti partimmo anni fa dai vasti mondi alla ricerca di qualcuno che commise un gran crimine. Soli vagammo per luoghi inesplorati e senza alcun contatto gli uni con gli altri. Ci dissero cacciatori, e all’epoca eravamo ben lieti di questo appellativo. Ma ancora oggi non so cosa stiamo realmente cacciando, e il profumo inebriante della traccia di una preda da inseguire si è andato da tempo confondendo col fetore orribile della paura e della morte”. Un grave delitto è stato compiuto. Il peggiore, il più abominevole: il Verbo è stato messo a tacere. Dio è stato ucciso, e con esso gli angeli. Per questo motivo, una schiera di cacciatori si è messa in viaggio: vuole catturare l’autore del misfatto, una creatura furba e ingannevole, capace di attraversare  i mondi tramite dei varchi speciali che fungono da cerniera tra una e l’altra dimensione. Ognuno percorre la propria strada, ignaro della presenza di altri cacciatori: Onnau, il centauro suonatore di cetra con molte storie da raccontare; il prete-bambino Lluach di Tempoveloce, e uno strano essere che tutti conoscono come ‘mutaforma’. Tutti si sono addentrati in una terra pericolosa, in cui gli alberi affondano le proprie radici cibandosi di tutto ciò che trovano: anche gli esseri viventi. Anche gli umani. Tutti seguono la via segnata da un fiume che corre verso un’unica direzione e che non ha profndità né rive. E alla fine del viaggio, ad attenderli c’è il deicida, il demone sterminatore…
Dark fantasy: è così che in quarta di copertina viene definito Il demone sterminatore, un libro che “va a colmare il vuoto delle saghe fantasy per adulti, di cui George R.R. Martin è il più apprezzato esponente a livello mondiale”. Ma l’ultimo romanzo di Vincent Spasaro – noto per essere stato tre volte finalista al premio “Urania” e una volta al “Solaria”, e soprattutto per aver pubblicato il labirintico Assedio – difficilmente può essere rinchiuso dentro i confini di una definizione, perché sono davvero molti gli elementi che lo contraddistinguono. Se certamente la componente ‘fantasy’ è presente in modo massiccio – vuoi per le ambientazioni, vuoi per i personaggi – è pur vero che in queste pagine viene completamente rivisitata e ribaltata. Dimenticate, ad esempio – volendo analizzare uno dei temi cardini del genere – il viaggio intrapreso da un gruppo di persone che per raggiungere la destinazione finale devono superare delle prove aiutandosi reciprocamente: qui i protagonisti sono soli e, anche se accompagnati, fanno i conti con il proprio isolamento e con il proprio itinerario. L’intera struttura narrativa, infatti, si regge su microtrame, piccoli tasselli di un mosaico annunciato da un sottotitolo che ha un sapore tutto medievale: Cronache del fiume senza rive; così come medievale, anzi dantesca, appare la rivisitazione del tema della caccia infernale ribaltata in cui il demone, da inseguitore e carnefice, diventa inseguito. E ancora a Dante ci fa pensare questo fiume che diventa simbolo di vita e di morte, culla di esistenze, ecosistema multiforme in cui tutti lottano per non morire, cacciando ed essendo cacciati. Quello creato da Spasaro è un inferno reale e al contempo metaforico, ricco di tranelli e menzogne: un sistema complesso che prende forma attraverso capitoli brevissimi e una scrittura ricca di sfaccettature che sfugge ad ogni qualsiasi definizione, distinguendosi con forza per la propria originalità. Un canto corale, un viaggio verso una meta oscura e verso la scoperta di se stessi.

Leggi l'intervista a Vincent Spasaro

 

 

 

 
 
 
 
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