Il dentista di Auschwitz

Il dentista di Auschwitz

5 maggio 1941. Tre vecchi camion attraversano una strada sterrata polacca con a bordo centosettanta ebrei di Dobra, un piccolo villaggio nella regione del Wathegau. Il Consiglio ebraico – per decreto di Herr Schweikert, il governatore nazista della regione – ha consegnato tutti gli uomini ebrei di età compresa tra i sedici e i sessant’anni, con l’eccezione di un maschio per famiglia, per la deportazione in un campo di lavoro. I nazisti sanno bene come “mettere ebreo contro ebreo”; hanno creato un Consiglio ebraico, il Judenrat, proprio a tal fine. A Dobra, i membri del Consiglio sono sedicenti leader della comunità, ma in realtà si comportano come individui privi di una qualunque coscienza, incuranti del fatto che mandano a morire uomini e ragazzi esercitando sulla popolazione del ghetto il potere di vita come di morte. E per quanto possa “essere difficile per loro districarsi nelle scelte che nessun essere umano dovrebbe mai fare, i membri dello Judenrat in primo luogo”, si premurano di mettere al riparo “se stessi, le loro famiglie, i loro amici dalle privazioni e discriminazioni”che il resto degli ebrei di Dobra è costretto ad affrontare. Non immaginano, che dopo aver mandato la loro gente a morire, anche a loro toccherà la stessa sorte. E così in una mattinata di primavera di maggio, in cui persino la natura sembra adattarsi alla tristezza del momento, Benjamin e suo padre sono costretti ad abbandonare il ghetto, autorizzati a portare solo un piccolo fagotto ciascuno. Il ragazzo non sa che quei pochi strumenti odontoiatrici avuti nel suo primo anno di formazione universitaria ‒ e che la madre insiste perché si porti assieme agli effetti personali ‒ gli salveranno la vita...

Berek Jakubowicz era un giovane studente di odontoiatria quando fu deportato nel 1941 dal suo villaggio in Polonia e costretto a trascorrere ben cinque anni nei campi di sterminio nazisti; fu rinchiuso a Buchenwald, a Dora-Mittelbau e ad Auschwitz, dove in particolare rimase per quasi due anni e dove incontrò il tristemente famoso Josef Mengele. Questa è la sua storia, firmata con il nuovo nome che assunse negli Stati Uniti dove emigrò dopo la liberazione. È una storia cruda e sconvolgente come lo sono tutte quelle arrivate a noi tramite i sopravvissuti all’Olocausto o attraverso coloro che ‒ grazie alle testimonianze di parenti ed amici ‒ continuano a mantenere viva l’attenzione su crimini che con il passare del tempo sembrano sbiadirsi nella memoria o che addirittura arrivano ad essere negati. Berek è stato fra i pochi a sopravvivere ad anni di sopraffazione, dolore e privazioni; vide morire il padre, fu costretto ad esercitare la professione dentistica su prigionieri e ufficiali ‒ nonostante la sua esperienza fosse scarsa ‒ e fu lui ad Auschwitz ad estrarre i denti d’oro dei cadaveri appena usciti dalle camere a gas: una capacità, la sua, che finì per salvargli la vita. Oltre ad un briciolo di fortuna che lo fece sopravvivere anche dopo la marcia della morte del gennaio del 1945. All’arrivo delle truppe sovietiche nei pressi di Auschwitz, infatti, i nazisti decisero di trasferire i prigionieri all’interno della Germania; in questa marcia folle e disperata di prigionieri già stremati dalla detenzione nel campo, una gran parte morì durante il viaggio, molti furono uccisi dalle SS, gli altri vennero stipati in tre navi ancorate in attesa nella baia di Lubecca: il disegno nazista ‒ nell’ottica delirante di non lasciare alcun prigioniero vivo – prevedeva di far prendere il largo alle navi e di affondarle con tutte quelle povere persone chiuse all’interno. In questo, purtroppo, furono involontariamente d’aiuto le truppe inglesi: il raid aereo del 3 maggio del 1945 uccise infatti più di settemila ebrei. Berek sopravvisse anche a questo, continuando ad appesantire il fardello sulle spalle, aggiungendo altro dolore al ricordo dell’orrore quotidiano dei lager fatto dell’odore disgustoso della carne bruciata, della fame e del freddo e della convinzione che Auschwitz“era diventato un modo perverso di vivere mentre cercava di sopravvivere”.



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