Il deserto dei tartari

Il deserto dei tartari
Quando Giovanni Drogo, ventunenne ambizioso appena nominato tenente del regio esercito, indossa la divisa davanti allo specchio di casa la mattina in cui deve raggiungere la sua prima destinazione, per la prima volta in vita sua prova un vago presentimento e strane avvisaglie indefinite, senza quella gioia che invece si era aspettato. Il viaggio a cavallo fino alla Fortezza Bastiani è faticoso; la costruzione, priva di imponenza ma, nella sua nudità, ipnotica e bellissima, a tratti si scorge da lontano, pare avvicinarsi e poi bruscamente si allontana. Quando finalmente Drogo la raggiunge immediatamente percepisce la lentezza e il silenzioso torpore che avvolgono il luogo e il primo desiderio è fuggire. Forse avrebbe anche l’opportunità di essere subito trasferito, ma basta uno sguardo al deserto che si scorge dalle finestre a settentrione, con le sue nebbie, le sue rocce, le sue pietre bianche, ed è un tutt’uno riconoscere in quel paesaggio echi del suo animo. È una sensazione indefinibile che basta a fargli cambiare idea, a fargli pensare che, in fondo, si può anche restare un po’, perché si può sempre decidere di andar via più in là. Drogo non si lascia suggestionare dalla sensazione che prova la prima notte alla Fortezza, ovvero di essersi chiuso alle spalle il cancello della giovinezza spensierata, e dal pensiero che si palesa d’un tratto come un brusco risveglio: che è ormai troppo tardi. Ma troppo tardi per che cosa? Perché? Non lo sa Drogo, non lo capisce: alla Fortezza Bastiani è tutto confuso, lento, nebbioso, privo di definizione. Alla vaga tristezza, alla monotonia quotidiana di gesti, delle parole, delle attività militari fa da contraltare un solo altro sentimento. È una speranza anch’essa vaga e confusa, un sogno evanescente di gloria e onore. Un desiderio inconfessato e condiviso da tutti che ha un nome indefinito: i Tartari. C’era stata un’epoca in cui la Fortezza, importante avamposto ai confini settentrionali del regno, veniva attaccata dai nemici. Ma era passato tanto tempo, il nemico non si era più visto, la Fortezza sembrava aver perso la sua importanza, benché avesse mantenuto intatto l’organico e le abitudini militari rigidamente formali a dispetto della loro palese inutilità. Aspettare che questo nemico, che tutti chiamano con questo nome ormai assurdo, i Tartari, pretesto per dare un senso ad una speranza, è l’unico modo per dare significato agli anni vissuti lì dentro. Prima o poi dovrà arrivare l’occasione tanto attesa, quell’evento glorioso che regalerà finalmente prestigio ed onore, la realizzazione della speranza che è unica ragione del loro esistere. Ben presto anche Drogo è avvinto dalla malìa di quella costruzione inaccessibile ed isolata arroccata sulla montagna, e si lascerà assimilare dai rituali della vita al suo interno tra abitudine e speranza. Non si accorge Drogo che l’abitudine è pericolosa come le sabbie mobili che, infide, ti avvinghiano insinuandosi lente, non s’accorge, all’inizio, che il tempo passa finché i giorni e i mesi diventano anni. Lui, come tutti i giovani, pensando di avere tanto tempo davanti, aspetta qualcosa che cambierà la sua vita. Alla prima licenza estraneità e smarrimento sono gli unici sentimenti che  accolgono nella vecchia casa il giovane tenente che capisce bruscamente che indietro non si torna mai più…
La Fortezza Bastiani, baluardo a difesa del nulla, simbolo delle convenzioni e degli schemi con cui puntelliamo le nostre esistenze cercandovi sicurezze impossibili, si erge immensa in questo romanzo di cui, però, protagoniste assolute sono l’Attesa e la desolata Solitudine, due facce di una identica medaglia. È l’attesa infinita che si consuma immobile ed eterna,  la metafora della speranza senza speranza in qualcosa che non sembra mai arrivare. Attendiamo tutti questo evento, rifugiandoci in una solitudine che diventa prigione, accompagnati dal silenzioso fluire del tempo, e in questo vuoto assordante dell’attesa il viaggio si conclude. L’inaccessibilità della Fortezza, il deserto nebbioso, il nemico che non arriva mai, il tempo indeterminato sottolineano lo stato dell’Uomo che è quello dell’incolmabile solitudine che accomuna e divide gli uomini tutti. E infatti il vecchio Drogo su questo si troverà a riflettere dolorosamente, che “gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani […] e questo provoca la solitudine della vita”. La Fortezza “è complicata e immensa” dice Drogo, appunto come la Solitudine. Ci sono tutti i temi cari a Buzzati in questo meraviglioso romanzo, il senso del tempo che passa inesorabile, la morte, l’attesa, il vuoto, la vita, temi sempre attuali e dolorosamente moderni, acutamente evinti dall’esistenza umana. Eppure la bellezza della scrittura di Buzzati sta nella leggerezza onirica dello stile evocativo ricco di simboli e metafore. Il realismo si stempera volutamente nella vaghezza e nelle ambiguità che avvolgono il romanzo. Anche il ritmo della narrazione è funzionale al racconto ed è lento all’inizio quando le atmosfere sono di inesorabile attesa, quando Drogo non si accorge del tempo che scorre rapido e serve a sottolineare il torpore delle abitudini e come, restare alla Fortezza,  che pare avere lo stesso fascino misterioso de La montagna incantata di Thomas Mann, equivalga ad addormentarsi nella neve. Poi, man mano che il fiume del tempo passa rapido e ineluttabile sulla Fortezza e Drogo giunge alla consapevolezza improvvisa dell’avanzare della  vecchiaia e del conseguente scemare del tempo ancora a disposizione, il ritmo narrativo accelera fino a farsi quasi concitato alla fine. Il deserto dei Tartari, terzo romanzo di Buzzati - diventato uno di capolavori del Novecento - è nato, come racconta lo stesso autore, dall’esperienza redazionale notturna e monotona al Corriere della Sera che gli aveva insinuato l’idea che esiste il serio rischio per l’uomo di consumare inutilmente la vita nella ripetitività della vita quotidiana; forse per questo, a dispetto quasi del caratteristico stile semplice e chiaro (che poi in realtà nasconde un uso assai sapiente che permette passaggi dalla narrazione in terza persona a passi in cui il moderno e difficile “stream of consciousness” fa la sua comparsa adeguandosi al contenuto), questo romanzo lascia un segno profondo. E andrebbe certo riletto in varie fasi della vita perché è preferibile sforzarsi di essere attori della propria vita che non semplici spettatori per non trovarsi a chiedersi, come Drogo, se davvero non avessimo alla fine “meritato un mediocre destino”. E soprattutto ricordarsi che attendere all’infinito non serve perché i Tartari arrivano sempre troppo tardi, o potrebbero non arrivare affatto.

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