Il desiderio di essere come tutti

Il desiderio di essere come tutti

È il 22 giugno 1974. Il mondo è diviso in due blocchi politici e militari contrapposti. L’Occidente prospera sotto l’ombrello rassicurante della NATO, mentre l’Est Europeo è congelato nei languori di una povertà resa ancora più sofferta dai rigidi autoritarismi delle dittature legate al regime sovietico. La televisione trasmette l’incontro del primo turno di qualificazione tra le formazioni delle due Germanie. Francesco ha solo dieci anni, ma la vittoria ottenuta dalla squadra tedesca dell’Est suscita in lui un’istintiva solidarietà nei confronti di coloro che vivono al di là del muro. Un sentimento che col passare degli anni si trasforma sempre più in una passione politica per l’ideologia comunista che proprio in quel tempo cresce in Italia sotto la vertiginosa espansione del PCI. Francesco non può far a meno di condividerne i valori, guardando con speranza a un partito al quale tuttavia sente di non poter aderire per inclinazione a un innato senso di libertà e di indipendenza. Egli vorrebbe essere come tutti coloro che si ritrovano in Piazza San Giovanni a tributare l’ultimo commosso saluto al feretro di Enrico Berlinguer. Ma solo il padre lo considera con sprezzo un comunista, mentre per gli altri giovani è solo un indesiderato borghese e superficiale…

Francesco Piccolo, sceneggiatore e autore di numerosi romanzi, è un cinquantenne deluso, che ha attraversato la storia politica del nostro Paese con un sofferto senso di mancata appartenenza. Come rinchiuso in un limbo di scomoda estraneità ha assistito da ragazzino alle fasi del rapimento di Aldo Moro e da giovane studente ai funerali di Enrico Berlinguer, per uscirne quando essere comunista era ormai stato reso impossibile dalla svolta di Occhetto. Quando sentirsi di sinistra, in un periodo dominato prima dalla figura di Bettino Craxi e poi da quella di Silvio Berlusconi, costituiva una condizione del tutto inadeguata dinanzi all’affermarsi di nuovo scenari sociali. Mescolando con sagacia eventi pubblici al vissuto privato, Francesco Piccolo costruisce un libro appassionante, a metà via tra romanzo autobiografico e saggio politico, che racconta la vicenda di una generazione colpevole di non aver saputo imprimere una svolta convincente alla storia del nostro paese e che ha finito per sentirsi felice di essere perdente. In un’epoca segnata dal disincanto e dalla rabbiosa indignazione popolare verso la politica, questo libro arriva come una sassata nel vetro capace di fare ancor più male, perché in grado di portare alla nostra attenzione errori di valutazione che ci appartengono. Errori di un passato frettolosamente rimosso e lasciato alle nostre spalle senza provare alcun rimorso.



 

 

 
 
 
 

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