Il diario della verità perduta

Il diario della verità perduta

È il 28 novembre 1895 quando finalmente l’abate Bernard Valois inizia a scrivere un diario. Se lo propone da molto tempo, ma non ha ancora trovato il momento giusto per farlo e tanto meno la motivazione. Ma quel giorno, di ritorno dalla celebrazione della Messa trova ad attenderlo una lettera da parte del vescovo di Marsiglia, mons. Blanc, con cui viene incaricato di andare a sostituire il defunto abate di Emile, padre Lambert. Bernard non è contento: ama la sua Marsiglia, dove è nato e cresciuto e rimarrebbe molto volentieri. A quasi trentadue anni questo trasferimento rappresenta, di sicuro, per lui, un nuovo inizio, soprattutto in un luogo come Emile, piccolo, antico, del quale ignorava fino a quel momento l’esistenza. La chiesa poi sta cadendo a pezzi e dovrà seguirne tutti i lavori di ristrutturazione. Non ha molto tempo per riflettere, perché di lì a due giorni deve partire e non può nemmeno pensare di chiedere un rinvio al vescovo Blanc, data l’urgenza espressa chiaramente nella missiva. Bernard deve partire. Si riempie gli occhi di casa sua, della sua Marsiglia, dei suoi oggetti, avvisa i fedeli della sua partenza durante l’ultima Messa che celebra a Santa Maria Novella, va in visita alla sua amata madre, anziana e malata e si prepara a partire. La carrozza con cui viaggia padre Bernard alle 10.30 arriva a destinazione: Emile non è poi così distante da Marsiglia. Il vetturino lo lascia ai piedi della salita verso il colle sopra cui è arroccato il paesino. Ad accoglierlo, un cadavere...

Il mito dei templari, strane storie di streghe e demoni, leggende e riti antichi: c’è davvero molto in questo primo romanzo di Giacomo Fratini, non nuovo al mondo dell’editoria per aver dato alle stampe, qualche anno fa, un libro di poesie. Questa volta si cimenta con un po’ di esoterismo, materia a lui nota per averla messa a confronto con il potere economico, nella sua tesi di laurea. Il romanzo è avvincente, mentre si va a inserire in quella eterna lotta da fede e scienza, credenze popolari e soluzioni razionali, che a loro volta sono un tutt’uno con quell’eterno binomio di bene e male che da millenni fa parte delle caratteristiche principali del libero arbitrio di cui l’umanità è stata dotata. E tutto questo è incastonato in un periodo storico come l’Ottocento e in un territorio, come quello della Francia, non nuovi a leggende e storie che hanno popolato libri e film. È facile chiedersi come un ragazzo di appena ventitré anni si sia appassionato a temi, periodi, accadimenti storici come quelli che narra nel suo romanzo, che appaiono decisamente lontani dalle “attrazioni” di quest’età. Ma se tutto questo costituisce una sorpresa, anche per la ricerca storica che c’è dietro, è altrettanto piacevole scoprire come ogni tanto, in mezzo a tanta erudizione, al latino, alla conoscenza di particolari leggende storiche che portano fino in Etiopia e da lì ai Romani, a Vespasiano e al Colosseo, in mezzo a una modalità di scrittura “stile traduzione in italiano antico”, sia sfuggito (ma è voluto) “un tavolo che pesava un’esagerazione”, espressione che sembra molto più legata alle nostre espressioni colloquiali...



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