Il diavolo e la città bianca

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Chicago, 1890. La città prospera e cresce a velocità forsennata trainata dagli enormi mattatoi che ospita, che saziano la fame inesauribile di carne bovina e suina dell’intero continente, ma è considerata una giungla volgare, maleodorante e pericolosa. E pericolosa lo è davvero: ogni giorno persone finiscono maciullate accidentalmente dai tram che sferragliano in centro (una media di due ogni 24 ore) lungo il cosiddetto Loop, ogni giorno persone vengono assassinate (una media di quattro ogni 24 ore), ogni giorno donne scompaiono nel nulla o vengono aggredite e violentate (il numero reale è ignoto), ogni giorno diversi incendi causano vittime e distruzione, ogni giorno difterite, tifo, colera e influenza si portano via altre vite umane. Il pomeriggio del 24 febbraio più di duemila persone si radunano sul marciapiede sotto alla sede del “Chicago Tribune”: uomini d’affari, impiegati, commessi viaggiatori, stenografe, agenti di polizia, barbieri e sfaccendati di ogni tipo aspettano col cuore in gola una notizia che deve arrivare per telegrafo da Washington, una notizia che può cambiare la storia della città. Chicago è in gara con New York, St.Louis e Washington per ospitare un’Esposizione universale che celebri il quattrocentesimo anniversario della scoperta dell’America. Un anno prima, nel 1889, i francesi hanno fatto qualcosa che ha sbalordito il mondo: hanno realizzato un’Esposizione universale enorme, ricca e magnifica, al cui centro si trovava una torre di ferro “che saliva verso il cielo per oltre trecento metri, più alta – e di gran lunga – di qualsiasi altro edificio mai costruito dall’uomo”. Una simile umiliazione non può essere tollerata: la nazione statunitense, con il suo crescente potere e peso sulla scena internazionale, ha bisogno di un’occasione “per superare i francesi, in particolare per surclassare Eiffel”. E all’interno degli Stati Uniti, la rampante Chicago ha bisogno di un modo per cancellare la sua fama di paesone periferico, fracassone e sporco, per accreditarsi come una grande metropoli moderna. Ecco perché tutti trattengono il fiato quando un impiegato del “Chicago Tribune” si accosta alla finestra e con voce stentorea annuncia che dopo il primo scrutinio segreto Chicago è in testa con un ampio margine: 115 voti contro i 72 di New York. Ma mancano ancora 38 voti per ottenere la maggioranza necessaria a conquistare l’Esposizione del 1892…

Erik Larson, giornalista con base a Seattle ma originario di Freeport, è considerato un maestro della non fiction sin dal suo memorabile Il giardino delle bestie, e conferma la sua fama con questo saggio che somiglia a un romanzo, vincitore nel 2004 dell’Edgar Award nella categoria Best Fact Crime e in nomination al National Book Award per la saggistica lo stesso anno. Ne Il diavolo e la città bianca Larson racconta tante cose: la prima è l’ascesa di Chicago al rango di grande metropoli americana da città remota e dalla cattiva reputazione (il suo nome, nel linguaggio dei nativi americani che vivevano nella zona, significava “luogo maleodorante”) conosciuta solo perché sede di spaventosi mattatoi. La classe dirigente della città sul lago Michigan capì che l’Esposizione del 1892 era un’occasione unica per rilanciare l’immagine e l’economia di Chicago, ma la World Columbian Expositon alla fine fece molto più di questo, ebbe un impatto inatteso sullo spirito della nazione e sulla vita quotidiana di milioni di persone. In quell’occasione “debuttarono” per esempio la ruota panoramica e la corrente alternata, inoltre l’evento contribuì a ridefinire il concetto di architettura contemporanea. A tal proposito, l’incredibile avventura dell’Esposizione universale di Chicago è imperniata sulle figure di Daniel Hudson Burnham, il padre dei grattacieli, del suo raffinato partner John Root, scomparso prematuramente prima dell’inizio della fiera, e di Frederick Law Olmsted, mago dell’architettura da giardino: figure che qui rivivono mirabilmente credibili, tridimensionali, maestose come quelle di personaggi di un romanzo ottocentesco. Molti scrittori poi visitarono l’Esposizione traendone ispirazione (L. Frank Baum diceva che la sua Oz era una versione modificata della cosiddetta “Città Bianca” – così erano chiamati i candidi, monumentali padiglioni) e il piccolo Walt Disney nutrì la sua fantasia con i racconti del padre Elias, operaio all’Esposizione, che descriveva quel luogo a suo figlio come un regno fatato, gettando probabilmente i semi di tanti altri regni fatati di là da venire. Ma nel libro di Larson – come da titolo – non c’è solo la città bianca, c’è anche il diavolo: H.H. Holmes, al secolo Herman Webster Mudgett, serial killer ritenuto oggi responsabile di un numero imprecisato di omicidi, tra i 27 e i 200, commessi soprattutto proprio durante la World Columbian Expositon. Holmes era giunto qualche tempo prima a Chicago (città del massacro e del sangue, nel suo immaginario) da una cittadina di provincia e si era impossessato grazie alla sua incredibile abilità seduttiva con le donne di una farmacia a Englewood, nei pressi della zona in cui fu costruita l’Esposizione. Qui Holmes fece costruire un piccolo albergo dall’architettura contorta, dotato di passaggi segreti, forno crematorio e sale di tortura con pareti insonorizzate. Attirava nel suo hotel insolitamente a buon mercato giovani donne in cerca di lavoro o a Chicago per visitare l’Esposizione e le uccideva, per il puro piacere di farlo. Curiosamente non fu arrestato per questo e probabilmente l’avrebbe fatta franca se non fosse stato per la sua abitudine di truffare e non pagare i fornitori e i dipendenti. Accusato infatti di frode finanziaria, fu braccato per gli Stati Uniti e finalmente arrestato a Filadelfia dal detective Frank Geyer dell’Agenzia Pinkerton, che scoprì anche gli atroci delitti di Holmes e lo fece andare al patibolo. Dalle circa 500 pagine de Il diavolo e la città bianca traspare un impressionante lavoro di ricerca (testimoniato dall’imponente bibliografia e dalle infinite note), ma l’abilità di Erik Larson sta nel dare vita a questa imponente mole di notizie, nel renderle una lettura avvincente e affascinante.



 

 

 
 
 
 

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