Il dilemma dell'onnivoro

Il dilemma dell'onnivoro
Il koala mangia le foglie di eucalipto. Il panda mangia le foglie di bambù. La balena mangia il plancton. Nessun equivoco, nessuna incertezza, nessuna variazione di menù, nessuna domanda: tutto è già scritto nel DNA. Il loro problema è come trovare il cibo, non quale cibo trovare. Un animale onnivoro invece deve affrontare delle scelte, e per giunta complesse: cosa posso mangiare e cosa no? Cosa è più nutriente e più utile mangiare? Quale cibo è più gustoso? In definitiva: cosa mangiare? Ecco il dilemma dell'onnivoro. Una questione di enorme importanza, se si considera che numerosi antropologi ritengono che il nostro cervello si sia evoluto soprattutto per far fronte a questo problema. L'essere onnivori ha rappresentato senza dubbio un vantaggio evolutivo, una flessibilità che ci ha consentito di colonizzare qualsiasi habitat del pianeta (senza parlare della varietà: vuoi mettere le lasagne, il prosciutto, il gelato o il camembert con foglie di eucalipto mattina e sera?) ma al tempo stesso ha caricato la nostra alimentazione di ansia e incertezza, persino di pericoli. Si potrebbe pensare che gran parte di questi ultimi siano finiti in soffitta con l'avvento della civiltà (mica dobbiamo capire se un frutto è velenoso o no come capitava ai nostri antenati) e invece – con un doloroso paradosso – l'opulenza alimentare e l'organizzazione industriale hanno portato con loro una serie di insidie, costringendoci a fermarci continuamente a pensare cose come: Questo cibo così gustoso è dannoso per la mia salute? In quale parte del mondo e con quali ingredienti o procedimenti è stato preparato questo cibo? Quante calorie contiene questo cibo? Cosa si nasconde dietro ai nomi impronunciabili di alcuni ingredienti del cibo che sto per ingurgitare?
Ai nuovi dilemmi dell'onnivoro cerca di rispondere il giornalista Michael Pollan, giornalista del New York Times Magazine e di Harper's Magazine e professore all'Università di Berkeley, guidandoci in un viaggio incredibile 'dalla zolla al piatto' seguendo la catena alimentare in alcuni casi emblematici, fedele al celebre motto del teologo inglese William Ralph Inge: “La natura, nel suo complesso, non è che la coniugazione del verbo mangiare nelle sue forme attiva e passiva”. Nelle tre parti che costituiscono questo ponderoso e magnifico saggio, Pollan analizza il sistema alimentare industriale (scegliendo come emblema la coltivazione del mais: sapevate che quasi il 75% dei cibi o bevande che consumiamo contengono derivati del mais e che quindi gli esseri umani sono vere e proprie pannocchie con le gambe?) la cosiddetta agricoltura biologica e infine l'alimentazione basata su caccia e raccolta: forme di procacciamento del cibo apparentemente molto diverse e distanti eppure non prive - come si scoprirà - di sinistri punti in comune. Un saggio illuminante e di gradevolissima lettura nonostante l'imponente mole di informazioni contenute. Da non perdere.

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