Il dio della colpa

Il dio della colpa

Si avvicina al banco dei testimoni sfoggiando un sorriso caloroso e bonario. Un sorriso bugiardo. Un sorriso che cela le sue vere intenzioni. E le sue vere intenzioni non sono niente affatto calorose e bonarie. Il suo intento è uno solo: distruggere la donna seduta di fronte a lui. E che lo fissa. Claire Welton ha infatti appena identificato il suo cliente come l’uomo che la vigilia di Natale dell’anno precedente l’ha costretta a scendere dalla sua Mercedes puntandole una pistola alla testa. E che poi l’ha buttata per terra. Ed è fuggito con l’auto. La borsetta. I sacchetti della spesa sul sedile posteriore. Oltre alla sua sicurezza e alla fiducia negli altri. Ma questi non sono furti per i quali nessuno, quale che sia l’orientamento giuridico, possa mai e poi mai essere condannato. Mickey la saluta, e la signora Welton replica con lo stesso tono con il quale potrebbe chiedere che non le venga fatto alcun male. In realtà Mickey Haller è lì proprio per quello. Farle male. In senso metaforico, certo non fisico, ma deve distruggerne la credibilità al di là di ogni ragionevole dubbio. Nelle aule di tribunale funziona così, e lì dentro lo sanno tutti. Ha un cliente che deve difendere da un’accusa di aggressione. E lo fa. Al meglio. Ma poi la sua segretaria lo chiama. Per un caso di omicidio. E ci sono diversi motivi per cui non può dire di no…

Michael Connelly ha all’attivo un cursus honorum quale nemmeno, parafrasando, i più importanti uomini politici dell’antica Roma. Ha scritto moltissimi romanzi, tutti premiati da un grande successo di vendite. Il pubblico lo ama, ma la critica non è indifferente. Il perché è presto detto: il ritmo c’è, la trama pure, i personaggi sono credibili, gli ambienti tali che ci si sente immersi nella storia. Pare di camminare davvero per Los Angeles quando si legge Il dio della colpa, il quinto libro di Connelly che vede per protagonista Mickey Haller. Che è apprezzato e apprezzabile perché non è un eroe. Anzi, è un tipo piuttosto stropicciato. Complicato. Scombinato. Il suo studio di fatto è il sedile posteriore della sua Lincoln, come si è visto anche al cinema, quando lo ha incarnato assai bene il premio Oscar Matthew McConaughey, non il primo divo a farsi protagonista di Connelly: si pensi a Debito di sangue, di e con Clint Eastwood, comme d’habitude ottimo. Non c’è enfasi, i fatti parlano da soli, sono costruiti in un modo che non lascia tregua al lettore: Haller deve fare i conti col suo passato, risolvere un caso, l’omicidio di una prostituta di cui già si era occupato, e si illudeva – perché un po’ romantico e illuso lo è… – che le cose andassero per il meglio, mettere ordine, nella macchina della giustizia e nella sua vita. Per un’esigenza di verità e dignità.



 

 

 

 
 
 
 

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