Il dio delle piccole cose

Il dio delle piccole cose
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India. Ayemenem a maggio è un posto caldo, torrido e tranquillo. I frutti sull’albero del pane si spaccano e le mosche ronzano prima di schiantarsi e morire contro i vetri delle finestre. All’inizio di giugno, poi, il monsone arriva e porta con sé tre mesi interi di vento e piogge. Sta piovendo ora che Rahel vi torna per rivedere suo fratello. Rahel e Estha sono gemelli “dizigoti”, anche per questo non si sono mai assomigliati troppo. Ma lei ed Estha, per un certo periodo sono stati un tutt’uno, anche se non è più così e da tempo, da anni, sono un Loro separatamente, non sono più un Loro unico. Quando Rahel torna a trovare suo fratello hanno l’età esatta in cui morì Ammu, la loro madre. Trentuno anni. Non vecchi, non più giovani ma comunque altre persone da quelle che erano prima che il padre volle che Estha gli venisse restituito. E Ammu, viste le circostanze, fu costretta ad accontentarlo. Adesso, ventitré anni dopo, Estha è stato ri-restituito…

Un’India tenacemente legata al passato dal quale, allo stesso tempo vuole affrancarsi. E’ questo il ritratto, a tratti impietoso ma sempre visto come attraverso una sorta di filtro, che fa della sua terra Arundhati Roy. In Il dio delle piccole cose l’India, oltre a fare da sfondo alla storia di Ammu e dei figli Estha e Rahel, anche l’India sembra essere uno dei protagonisti con le sue leggi scritte e non e con i suoi forti contrasti, il più forte di tutti la spinta verso il futuro sempre bloccata da un passato pesante, sia economico che sociale e culturale. I due gemelli “dizigoti” non sono solo due personaggi del libro, ma sono gli occhi con i quali vediamo evolvere la narrazione. Le storie dei diversi personaggi, in questo libro, si intrecciano fino a creare una trama complessa e alle volte difficile da seguire, anche a causa di numerosi salti temporali, ma sono proprio le “piccole cose” citate nel titolo che rendono la vita, e soprattutto la storia, di ognuno unica e irripetibile. La scrittura risulta alle volte difficile da seguire e il linguaggio è lieve e fresco, nonostante i temi toccati o forse proprio a causa di questi, la narrazione è però molto spesso rallentata dalle numerose descrizioni. L’idea dell’autrice è quella di presentarci una realtà lontana dai sentieri più battuti che, solitamente vedono l’India come un Paese per turisti o come un posto dove la miseria la fa da padrona. E ci riesce benissimo.



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