Il discorso dell’odio

Il discorso dell’odio

C’è un odio insistente e instancabile che sta devastando questo mondo, anche se si cerca di far finta di niente. L’uno contro l’altro, una ferocia inaudita, violenza dentro molti dei gesti quotidiani che prima erano solo amore... Non è soltanto odio razziale: femminicidi, violenze nei confronti dei bambini quasi sempre addirittura ad opera di genitori od operatrici degli asili nido, odio religioso, odio nei confronti dell’altro in quanto “altro da me”... Come è possibile che avvenga tutto questo? Come è possibile che si verifichi nel terzo millennio? Come può succedere in questa nostra ricca società? E poi oggi tutto si giustifica: un pedofilo è solo la povera vittima di un’infanzia infelice; un assassino di vecchie signore è soltanto una persona bisognosa di denaro; gli stupratori di gruppo di ragazzine sono solo il frutto di una totale assenza di servizi sociali... E già che ci siamo, Bin Laden è il paladino di umiliati e offesi dell’intero pianeta! Ma l’odio non è che il frutto bacato della mancanza di istruzione, di questa assurda tendenza a giustificare ed assolvere per disgrazie, frustrazioni, miserie, offese, umiliazioni... Si tende a far finta che non esista, ma è presente ovunque e diventa quasi un’attestazione di presenza, una specie di “odio, dunque sono”. Dopo Hiroshima l’assurda capacità di mettere fine al genere umano era in mano a pochi (negli anni fino a 7 potenze nucleari), ma dopo l’11 settembre tutto è cambiato: non c’è più nulla di esclusivo, basta avere un taglierino in mano. E la pace firmata dopo una guerra segna solo la fine di “questa guerra”, non di tutte le altre...

C’è una frase che colpisce: “Raramente i frutti mantengono le promesse dei fiori”. Una frase che applicata a diverse situazioni apre prospettive incredibili. D’altronde, proprio il sottotitolo di questo libro recita: “L’Islam, l’America, gli ebrei, le donne: la strada dell’odio è lastricata di buone intenzioni” e così si propone di aiutarci a capire il nostro tempo. Ma, come diceva la nonna, “Non c’è limite al peggio”, ed è proprio ciò di cui ci siamo resi conto strada facendo. Quando pensi di aver ormai visto tutto, in termini di orrore, violenza, cattiveria, arriva sempre qualcosa che supera l’immaginabile. E la cosa ancora più terribile è che di tutto questo siamo ormai assuefatti... Difficile trovare una ricetta: invece di renderci più sensibili, certe immagini violente, certe storie cruente, certi eventi impensabili, ci fanno abituare a un peggio che non finisce mai. Ed è vero ciò che viene affermato in questo saggio di André Glucksmann, filosofo francese scomparso nel 2015: si tende a giustificare anziché mettere in moto il cervello per ragionare, condannando e stigmatizzando comportamenti e persone. Stiamo diventando dei miserabili struzzi con la testa nascosta sotto la sabbia, pecore senza idee che seguono la prima del gruppo senza motivo, ma solo perché il gregge va in quella direzione. Si è detto che di tutte le passioni l’odio è la più forte e violenta e noi l’alimentiamo costantemente anche nei momenti di svago con film, musica, giochi elettronici, un certo tipo di letteratura, sempre più sanguinolenti. Tra le fiamme della caduta di Troia e il crollo delle Torri Gemelle non c’è troppa differenza, così come tra Hitler e l’Islam. La verità è che l’odio, passione deleteria che attraversa i millenni, è come l’araba fenice, rinasce dalle sue ceneri, cambia vestito perché nel frattempo la moda è cambiata, cambia tendenza perché i fanatismi si rinnovano, ma è sempre là, in agguato e non ce ne siamo ancora liberati... Basterà una lettura?



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