Il dominatore delle tenebre

Un tossicodipendente, ormai ridotto all’ombra dell’uomo che era, decide finalmente di raccontare gli eventi che gli hanno sconvolto la vita anni prima. Allora lavorava come soprintendente a bordo di un piroscafo, che venne però catturato in aperto oceano Pacifico da un incrociatore tedesco durante la Prima guerra mondiale. Riuscendo a eludere la sorveglianza dei crucchi, l’uomo si era calato in mare con una scialuppa carica di acqua potabile e provviste. Longitudine ignota, nessuna isola in vista, nessuna costa all’orizzonte: la scialuppa va alla deriva per giorni, sotto la luce di un sole feroce di giorno, sotto stelle crudeli e impassibili di notte, finché non si arena in una misteriosa e sconfinata macchia di fanghiglia galleggiante, una vastità morta di alghe, putridume scuro e carcasse di pesci. Il terreno è secco e permette di camminarci sopra, così il naufrago decide di esplorare quell’inquietante isola... 1920 circa, Massachusetts. Inviato in una remota vallata tra le montagne ad ovest di Arkham per eseguire dei rilievi in previsione della costruzione di un bacino idrico artificiale, un ingegnere sente subito parlare di misteriosi fenomeni avvenuti qualche decennio prima in periodo definito dalla gente del luogo gli “strani giorni”. È in effetti una regione squallida, in cui pochi abitano volentieri e l’aria sembra gravata di una strana angoscia: c’è addirittura una zona – per fortuna destinata a finire sotto l’acqua del bacino idrico per sempre – che tutti gli abitanti evitano accuratamente e hanno ribattezzato Landa Maledetta: sembra il risultato di un incendio, “cinque acri di grigia desolazione che si allargava sotto il cielo come una grande macchia di vegetazione erosa da un acido”. Proprio qui viveva l’anziano Ammi Pierce, che degli “strani giorni” è stato testimone diretto e che il protagonista decide di incontrare per saperne di più... Il mondo sembra in preda a una misteriosa malattia. La tensione sociale è alle stelle, milioni di persone sfilano per le strade e danno vita a scontri sanguinosi con la polizia. Ma non è questo a terrorizzare di più la popolazione: è la strana, opprimente e pervasiva sensazione “di un abominevole pericolo fisico, un pericolo da cui nessun luogo è al riparo” e che tutto minaccia. In città le persone camminano accanto ai muri, pallide e preoccupate, “mormorando avvertimenti e profezie”. Sul Paese grava come una pesante, invisibile cappa un inspiegabile senso di colpevolezza collettivo, e anche la Natura sembra soffrire: le stagioni impazziscono, un afoso grigiore autunnale domina angosciante tutti i mesi. È come se l’universo non fosse più sotto il controllo delle forze che da milioni di anni lo reggono, ma in mano a entità diverse e sconosciute. Questa è la situazione in cui un enigmatico individuo che afferma di chiamarsi Nyarlathotep, discendente di una stirpe antichissima, inizia a far parlare di sé prima in Egitto, poi in Occidente. Ha un fascino irresistibile, suscita il timore e la venerazione di chi lo incontra, afferma di “aver attraversato l’oscurità di ventisette secoli” e di aver intercettato messaggi che non sono di questo mondo...

Circa quattrocento pagine per quindici racconti divisi su base tematica in due parti, Storie dall’abisso (Dagon, Il colore dallo spazio, Dentro il sepolcro, Herbert West, Rianimatore, La musica di Erich Zann, Aria fredda, I ratti nei muri, Il modello di Pickman, Il dominatore delle tenebre) e I miti di Cthulhu (Nyarlathotep, Storia del Necronomicon, L’orrore di Dunwich, L’Entità sulla soglia, L’ombra su Innsmouth), il tutto con una traduzione nuova di zecca: ecco la sfida di Sergio Altieri (noto come romanziere col nom de plume di Alan D. Altieri) che per Feltrinelli ha accettato di curare questa selezione, un “best of” di Howard P. Lovecraft. Segno infallibile che la selezione è stata oculata è che i temi-cardine dello scrittore di Providence in questi racconti ci siano tutti, e tutti espressi con la massima intensità: l’orrore indescrivibile, i sogni, le dimensioni parallele, le vestigia di ere arcaiche, i pantheon immaginari, le ambientazioni. Colpisce molto, più che mai – forse grazie allo stile di traduzione di Altieri – la potenzialità cinematografica dei racconti, potenzialità mai veramente sfruttata malgrado le numerose riduzioni per il grande schermo, spesso maldestre, di opere di Lovecraft prodotte negli ultimi decenni. Come title track dell’antologia, con uno slancio forse più affettuoso che letterario, è stato scelto l’ultimo racconto a essere scritto da Lovecraft, pochi mesi prima della morte. In quello e negli altri affascina la ricchezza dei riferimenti geografico-antropologici: dalle pagine di Lovecraft emerge un’America oscura, malsana, povera, buia e antica, molto lontana da quella sedimentata nell’immaginario collettivo. Anche solo per questo, imperdibile.



 

 

 

 
 
 
 

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