Il dono della dea

Il dono della dea
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Possedere una vacca nell’India rurale può voler dire essere ricchi. È quanto capita a Laxmi, una giovane e avvenente donna che, segnata inesorabilmente dal suicidio del padre, è costretta contro la propria volontà a sposare un povero contadino, Ramu, buttando alle ortiche gli studi universitari e un promettente futuro. Le sue umiliazioni non finiscono qui. Il marito l’ha portata a vivere a Nandgaon, un villaggio fuori dal mondo. Non vi è l’elettricità, le strade sono sterrate, la comunità è posta sotto il potere del patel, il capovillaggio, un uomo giusto che però amministra con i notabili del luogo un dominio quasi feudale cercando di evitare al paese ogni contaminazione con la civiltà. La vita di Laxmi è difficile: tutti la respingono, è trattata come una paria perché proviene da una famiglia sfortunata e lei stessa, secondo la mentalità superstiziosa della gente, è portatrice di disgrazie. Il suo destino cambia quando Ramu trova una vacca solitaria, che il patel gli consente di tenere, anche se non potrà fare parte della mandria del villaggio. Ma fortuna ancora più grande è l’incontro con Manoj, un giovane inseminatore del KIRD, un istituto per lo sviluppo agricolo dell’India, alla disperata ricerca di qualche contadino disposto a far ingravidare artificialmente un proprio animale. Da questo connubio l’esistenza di Laxmi prende un’altra piega, così come quella di Manoj che prova a superare le frustrazioni coniugali (ha sposato con matrimonio combinato una donna brutta e mediocre, ma molto ricca) lavorando al progetto della creazione di una centrale di produzione del latte. Il successo è alle porte, ma ha le sue regole e le sue conseguenze…
Al centro dell’ultimo romanzo di Radhika Jha, la fortunata autrice de L’odore del mondo, sta la fenomenologia della vacca. Essa rappresenta il benessere economico, è venerata come un essere sacro e cultuale, è adorata come una “madre”, è, come recita il titolo, un dono divino. Non per niente il vanto di Nandgaon è la mandria del patel. Ma soprattutto la vacca è la cartina al tornasole del complesso passaggio dell’India dall’antichità alla modernità. Da un lato incarna riti e credenze ataviche, dall’altro è però esperimento di laboratorio, simbolo della tecnologia più avanzata. La medesima funzione narrativa è svolta dal villaggio, legato a ritmi di vita arcaici, fuori dal tempo, ma circondato da una realtà sempre più determinata dal progresso: costruzioni di strade, gli edifici fantascientifici del KIRD, la città di Mumbai con le sue mille attrattive a pochi chilometri. Quello che viene messo in scena è il continuo conflitto tra due anime: l’India del passato, ancorata ad una visione immobile dell’esistente, forse saggia, ma incapace di emancipare la propria popolazione dalla povertà, e l’India del presente, meno etica, più affarista, però anche all’avanguardia nella tecnica e nelle scienze. Un contrasto che è puntualizzato dall’opposizione tra Laxmi-Manoj e gli ambienti sociali in cui vivono. La donna si ribella alla logica del patel e degli abitanti di Nandgaon, mentre il giovane si scontra con l’ipocrisia e il cinismo della classe dirigente a cui appartiene. A loro modo sono degli idealisti, che nell’ostinazione a realizzare i propri sogni, rischiano di perdere il senso della realtà. Radhika Jha, attraverso una scrittura fluida, lucida e sostanziosa, sceglie l’apologo per dirci che cosa sia oggi l’India e come si dimeni tra svariate contraddizioni per uscire dalla condizione di paese del Terzo Mondo. Tiene pure a ricordarci che la tradizione non è un valore da buttare e che spesso la modernità può rivelarsi la classica buccia di banana su cui si può scivolare.

 

 

 

 
 
 
 
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