Il drago, il custode, lo straniero

Il drago, il custode, lo straniero
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Pantaloni di pelle scura, giaccone nero, camicia blu aperta sul petto: si fa chiamare Drago. Lui è il capo, il re incontrastato; il Biondo e il Pelato sono i suoi sudditi, i suoi fedeli (o almeno è quello che crede) compagni di scorribande notturne. Tra loro non servono tante parole: ci si incontra ‒ le sigarette si accendono in simultanea, ci si dirige come sempre al Tartana. White Russian e birre per carburarsi e prepararsi a ballare, sballarsi, picchiare, rimorchiare. Di giorno il Drago fa il commesso all’ Ipercoop; per contratto dovrebbe fare cinque ore, ma se ne spara ogni giorno più di otto: ovviamente gli straordinari non sono conteggiati, ma lamentarsi non serve a niente. Tanto, per uno che si rifiuta di lavorare ce n'è un altro subito pronto a prenderne il posto. Ma lui non ci sta a venire sfruttato per pochi soldi, e – oltre a vendicarsi del capo facendogli saltare in aria la macchina - fa anche qualche lavoretto extra per l'avvocato Altano... Il Custode è un tipo schivo, vive rintanato in una casa in mezzo al bosco. Non esce mai di lì: gli portano da mangiare, una piccola percentuale in denaro e le istruzioni sul da farsi. Deve solo tenere la roba e aspettare che i compratori vengano a prendersela, verificando che il numero che appare sulla scatola di cartone sia lo stesso che sta scritto sul foglio che gli viene consegnato. Facile e anonimo. Tante persone passano per la casa del Custode: il Vichingo, il Serpente, La Matta. Alcune gli stanno simpatiche, altre meno, ma lui, attento e silenzioso, ascolta sempre con interesse le storie di tutti; finché qualcosa non va storto... Una grossa delusione attende lo Straniero, dopo una lunga navigazione come clandestino su una nave mercantile diretta in Brasile: allo sbarco si era immaginato di trovarsi davanti Rio de Janeiro in tutta la sua imponente bellezza, con le sue colline, la foresta, le spiagge immense. E invece sembra essere finito dritto dritto nelle viscere della terra, dove tutto sa di metallo. Per poco non viene fatto a pezzi da Pedro, un energumeno col volto di bambino che , chissà per quale miracolo, lo lascia vivere. Salvo doversi subito sdebitare con il suo generoso aguzzino diventando merce di scambio...

Insegnante per missione, scrittore per passione; ma anche padre di un bimbo di otto anni, e nel periodo estivo, cuoco di ricette in prevalenza vegetariane. È una personalità senza dubbio dinamica quella del livornese Enrico Pompeo, la quale si riversa nelle pagine del suo ultimo libro dando vita ad una lettura incalzante, incentrata sull’azione. L’impianto del suo romanzo è originale, carina l’idea di questa “trinità” del dolore e del disagio che si incarna in personaggi al di fuori degli schemi, capaci di sopravvivere ai margini e di affrontare situazioni durissime, talvolta inimmaginabili, trovando sempre il modo di reinventarsi per non soccombere, fino all'inevitabile resa dei conti. Tre personaggi, altrettanti capitoli, che si aprono ognuno con una frase delle canzoni di De André, dal quale l’autore sembra avere ereditato l’ attenzione e la predilezione per gli “ultimi”. Si narra sopratutto di sfruttamento nelle sue varie forme – legali e illegali – in un mondo dove vige la legge del più forte, nel quale è necessario incutere paura per assicurarsi il rispetto e detenere il potere assoluto. La parola d’ordine è aggredire, sopraffare. Colpire per non essere colpiti per primi. La positività non è di casa in questo romanzo, non si intravede una prospettiva e persino l’amore, in quella rara e fuggevole occasione in cui si manifesta, viene schiacciato dall’istinto di sopravvivenza. Tutto scorre ad una velocità supersonica, forse troppo, senza che si abbia il tempo sufficiente per affezionarsi realmente ai numerosi personaggi, in una sorta di lungo soggetto cinematografico in cui le idee e le situazioni si moltiplicano senza essere tuttavia approfondite.



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