Il fabbricante di eco

Il fabbricante di eco
Le gru atterrano al calare della sera. Si srotolano a nastri, penduli contro il cielo. Affluiscono da tutti i punti cardinali, dozzine a stormo, declinando con le tenebre. Le gru canadesi si posano a frotte sul fiume in disgelo. Si adunano sulle spianate dell'isola a brucare, a sbattere le ali, a strombazzare: la prima ondata di un'evacuazione in massa. Ogni minuto atterrano altri uccelli, l'aria rovente di richiami. Un collo si protende; le zampe un drappeggio sulla scia. Le ali, lunghe quanto una persona, s'arricciolano in avanti. Aperte come dita, le penne maestre convogliano l'uccello nel piano dell'aria. China la testa rosso sangue, le ali sferzano l'aria giungendosi: un prete intonacato che impartisce la benedizione. La coda s'incava e il ventre si spiaccica, sorpresi dall'impatto con il suolo. Le zampe scalciano, le ginocchia ritratte sbatacchiano come carrelli d'atterraggio sconquassati. Un altro uccello cade a piombo, incede incespicando e lotta per guadagnarsi un posto nell'affollata area di scalo lungo i pochi chilometri di acque ancora estese e limpide quel tanto da ispirare sicurezza. Il crepuscolo arriva presto, sarà così per qualche settimana ancora. Il cielo azzurro ghiaccio violato da salici e pioppi s'incendia, un rosa breve, poi sprofonda nell'indaco. Fine febbraio sul Platte, e la gelida bruma serotina sospesa sul fiume ghiaccia le stoppie del precedente autunno che ancora intasano i campi limitrofi. Gli uccelli nervosi, alti come bambini, si accalcano ala contro ala su quel tratto di fiume che hanno imparato a ritrovare a memoria. Confluiscono sul fiume a fine inverno come fanno ormai da un'eternità, tappetando il terreno paludoso. Con quella luce hanno ancora un che di sauriano: le creature volanti più antiche della terra, a un impacciato passo appena dagli pterodattili. Il buio cala, e torna il mondo degli albori, la stessa sera di quel giorno di sessanta milioni di anni fa, quando la migrazione ebbe inizio. Mezzo milione di uccelli, i quattro quinti di tutte le gru canadesi della terra, ha questo fiume come punto di riferimento. Segue il percorso di corrente migratoria centrale, una clessidra poggiata sul continente. A fine giornata, le gru si rassegnano a un sonno guardingo sui trampoli delle zampe; quasi tutte nell'acqua, alcune un po' più in là, nei campi di stoppie. Ma poi d’improvviso uno stridore di freni, il crepitio del metallo sull'asfalto, un urlo strozzato e poi un altro destano lo stormo. Il furgone s'inarca, avvitandosi su di sé in mezzo al campo. Scocca una piuma tra gli uccelli. Che sbattono le ali, hanno un sobbalzo. Il tappeto terrorizzato si solleva, descrive un cerchio e ricade. Richiami che sembrano provenire da creature grandi il doppio coprono chilometri prima di svanire. È un pensiero che accompagna Karin per tutta quella notte assurda, mentre torna da suo fratello che ha bisogno di lei…
Ha vinto il National Book Award nel 2006, e verrebbe da dire: grazie al cappero. Se non lo vinceva questo libro, chi altri doveva vederselo assegnato, la Bibbia? Le targhe automobilistiche statunitensi sono già di per sé qualcosa di pericolosamente vicino all’arte, ma quelle del Nebraska, il trentasettesimo stato dell’Unione, hanno qualcosa in più. Spesso e volentieri sono adorne di gru. Non quelle dei cantieri edili, bensì gli uccelli trampolieri e migratori, molto prossimi ad essere il vero simbolo dello stato, con buona pace del daino dalla coda bianca e dell’ape mielificatrice. Le gru canadesi svernano a sud, e più dei tre quarti di loro, lasciandosi dietro un’eco che è insieme musica e domanda, usano d’abitudine come area di sosta (non è dato sapere se siano ghiotte di panini Camogli) un tratto di settanta miglia o giù di lì lungo il corso del Platte River. Acque piatte, flat waters, qualcosa di simile alla parola indiana che ha dato origine al lemma Nebraska, si direbbe. E in Nebraska Karin deve tornare. Ma non solo per godersi lo spettacolo della natura che imponente e magnifico sempre si perpetua. E nemmeno per riscuotere una vincita che non è niente di più che un miraggio, come nel delizioso film di Alexander Payne con Bruce Dern e June Squibb, a dir poco incantevoli. No. Il suo buon fratello, Mark, è in coma. Non si sa bene né il come né il perché. Un incidente d’auto, sì, però… Quello che è chiaro è che Il fabbricante di eco (grazie a Dio gli italiani non hanno rovinato il perfetto titolo originale The Echo Maker mettendoci in mezzo qualche “cuore”, “amico” o “amore” come al solito) di Richard Powers, autore formidabile - modello per molti, eguagliato da nessuno, che alcuni critici definiscono come uno dei principali esponenti del postmodernismo ricercato, detto anche, con rara arguzia, realismo isterico - è un romanzo che non può essere incasellato in nessuna categoria, perché ognuna è riduttiva. Potente, di respiro assai ampio, totale, avvolgente, scritto in maniera spettacolare, sempre credibile, mai retorica, iperbolica, esagerata, artificiosa, stucchevole, con una ridda di personaggi che sono uno meglio dell’altro, ambientazioni ammalianti e grandi temi che racchiudono la vita intera. Ovvero il recupero della memoria e dell’identità, la strada tortuosa che spesso devono compiere gli affetti per esprimersi e la ricerca della verità.

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