Il fantastico laboratorio del dottor Weigl

Il fantastico laboratorio del dottor Weigl. Come due scienziati trovarono un vaccino contro il tifo e sabotarono il Terzo Reich 	Il fantastico laboratorio del dottor Weigl. Come due scienziati trovarono un vaccino contro il tifo e sabotarono il Terzo Reich

Oggi il tifo non fa più paura, almeno nei Paesi sviluppati, ma nei secoli passati era considerato un vero e proprio flagello. La malattia è causata dal batterio Rickettsia prowazekii e trasmessa all’uomo dai pidocchi del corpo, che vivono negli indumenti a contatto con la pelle: è sufficiente cambiarsi almeno una volta a settimana e lavarsi per liberarsi di questi fastidiosi parassiti e quindi anche del pericolo di un contagio di tifo. Ma fino ai primi del ‘900, soprattutto nei luoghi a clima rigido, la maggior parte della gente non si cambiava quasi mai d’abito e raramente si lavava. E quando scoppiava una guerra la situazione sanitaria precipitava: alla fine della Prima guerra mondiale la peggiore epidemia di tifo della storia uccise quasi quattro milioni di persone e ne colpì 40 milioni. Tipicamente, una settimana dopo la puntura del pidocchio infetto e l’entrata in circolo del batterio arrivano mal di testa o mal di schiena, stanchezza invincibile, rallentamento dei riflessi, pallore, rash petecchiale, delirio violento, incontinenza urinaria e intestinale, febbre altissima, battito cardiaco molto accelerato, perdite di memoria, allucinazioni e cancrene. “Pressoché ogni medico, infermiere o ricercatore che si fosse trovato alle prese con il tifo durante la Grande Guerra aveva un’esperienza orribile da rievocare. Ogni laboratorio ebbe i suoi martiri, e le pubblicazioni dell’epoca concernenti il tifo erano invariabilmente dedicate a colleghi deceduti per questa malattia”. Il laboratorio diretto dal 31enne Rudolf Weigl (nel quale lavorava anche il giovanissimo immunologo ebreo Ludwig Fleck) nel 1917 era all’avanguardia nello studio del tifo, come testimonia anche la visita dell’imperatore Francesco Giuseppe. Weigl era stato anche infettato e aveva approfittato della sua malattia, da vero scienziato, per farsi pungere da pidocchi sani per chiarire definitivamente il ciclo della malattia. È il primo nucleo di una fiorente colonia di pidocchi sani e malati utilizzati per gli esperimenti che vive in quelle quattro mura ancora oggi, a un secolo di distanza. Leopoli diventa negli anni successivi al 1920 il centro di riferimento per la ricerca di un cura o di un vaccino contro il tifo: è un periodo di grande successo e soddisfazioni, ma l’ombra del nazismo incombe…

A Leopoli non ci sono statue di Weigl o di Fleck e i loro nomi sono sconosciuti al grande pubblico. La famosa colonia di pidocchi di via Zelena 12 è ormai più che altro una curiosità. I cosiddetti “collettivi di pensiero” della ricerca sul tifo non esistono più. Per onorare la memoria di scienziati tanto brillanti e coraggiosi Arthur Allen, giornalista medico-scientifico per “New York Times Magazine”, “Washington Post”, “Science” e Associated Press ci regala un saggio incredibilmente avvincente, considerato il tema. Dietro a questo titolo da film di fantascienza degli anni Quaranta si nasconde un’epopea di coraggio e ricerca medica, di guerra, violenza, razzismo e oppressione: la storia di scienziati coraggiosi che mentre lottavano contro il tifo offrivano riparo a ebrei perseguitati, di prigionieri di Buchenwald la cui unica speranza di vita era mettere a punto un vaccino contro il temuto tifo, spauracchio degli eserciti. Una storia di speranza e disperazione, di sconfitte e successi. Una storia di Medicina, insomma.



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