Il fastello della mirra

Dalla fanciullezza impetuosa e costellata dai segni premonitori di un’intima capacità di trasfigurare gli eventi della propria vita, fino al fiero isolamento tra i cimeli del proprio passato. Dai primordi in terra d’Abruzzo di quel temperamento sanguigno e caparbio che ne contrassegnerà l’intero percorso esistenziale, all’epilogo, non meno indomito, tra rivendicazioni e ricordi delle gloriose gesta nelle lussuose stanze del Vittoriale. Gabriele d’Annunzio si concede al fascino rievocativo della propria vita, costantemente sospinta da un intimo istinto di ricerca della sublimazione e ovunque improntata a una forma di eleganza eroica. Ma anche avvinta dal richiamo seduttivo della bellezza femminile fin dalla giovinezza nel collegio gesuita di Prato, dove il fervore degli studi era tormentato dai primi turbamenti sessuali. Esemplare, a tal proposito, il racconto del primo bacio estorto nel Museo etrusco di Firenze a una giovane ragazza spaventata dinanzi alla riproduzione scultorea della Chimera di Arezzo. Così come innumerevoli sono le cadute negli abissi lussuriosi della passione carnale, che vengono trasposte nei protagonisti dei brani da lui stesso selezionati tra le sue opere letterarie più celebri…

Intellettuale raffinato e influente, uomo eccentrico e mondano, Gabriele d’Annunzio visse d’arte e d’amore, conducendo una vita scandalosa e libera da regole, lasciando un’impronta indelebile della sua arte poetica e letteraria, delle sue imprese politiche e militari. Di tutto questo dà conto Il fastello della mirra, una raccolta antologica di brani rievocativi che il Vate stesso scelse tra le proprie opere, per dare vita a una ideale autobiografia da consegnare ai posteri. Concepito tra il 1922 e il 1927 il testo esce postumo e inedito grazie alla curatela di Angelo Piero Cappello, a cui va il grande merito di averne recuperato (in modo in cun certo senso rocambolesco) le ultime bozze di stampa a lungo rimaste nel limbo del Vittoriale e dato infine compimento alla volontà del d’Annunzio. Contribuendo, ne siamo certi, anche a suscitare nuovo l’interesse per uno dei nostri autori più importanti, a cui l’eco delle gesta politiche e mondane ha spesso pregiudicato una conoscenza approfondita di larga parte dei lettori. I quali non è che lo leggono e lo rifiutano, ma non lo leggono proprio. Il libro, che ha il pregio di annodare alla prosa sontuosa e affascinante ricordi ed elementi di riflessione, costituisce di fatto un costante invito al lettore, fin dall’illuminante saggio introduttivo, passando per le approfonditissime note per finire con la corrispondenza tra Eugenio Coselschi, l’editore Vallecchi e lo stesso d’Annunzio in appendice, a incrociare l’immagine del protagonista. Una scelta che non sarebbe dispiaciuta a chi visse per farsi ammirare.



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